La programmazione di Fuori Orario dal 31 luglio al 6 agosto

Proseguono i cicli su Edward Dmytryk e Mario Soldati. Omaggio a Vieri Razzini insieme a Il carrettiere di Sembene, Vitalina Varela di Pedro Costa e L’altro volto della speranza di Kaurismäki

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SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI: APERTE LE ISCRIZIONI ANNO 2022-23


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Domenica 31 luglio dalle 0.50 alle 6.00

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15 BORSE DI STUDIO DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

…IL CINEMA È PIÙ ARMONIOSO DELLA VITA, RICORDO DI VIERI RAZZINI  

a cura di Paolo Luciani

Pochi giorni fa ci ha lasciato Vieri Razzini, un  cinéphile del tutto anomalo per il nostro paese: grande conoscitore ed appassionato del cinema classico, in particolare quello hollywoodiano degli anni ’30-’60 (in questo accumunato a figure di studiosi ed appassionati più facilmente operanti non in Italia),romanziere, sceneggiatore, traduttore , qualche volta anche attore… ma Vieri è stato soprattutto un programmatore, curatore e divulgatore di cicli e proposte di e sul cinema, per il servizio pubblico televisivo come per l’home video (tutti lavori caratterizzati  da una  cura maniacale e da  innovazioni significative  per la nostra televisione ed il nostro paese per quanto ha riguardato l’offerta dei materiali e dei  film, con restauri, edizioni originali sottotitolate, anteprime e riscoperte…), un distributore e produttore con una sua società; la Teodora Film, di oltre venti anni di cinema di  d’autore e di qualità. Insomma Vieri era la passione per il cinema, che ha saputo sempre coltivare accompagnandola sempre con l’amore per la scrittura, la musica, il teatro, la vita.

Fuori Orario lo ricorda con una scelta di materiali che cercheranno di ripercorrere, seppure parzialmente, questa sua inesausta attività.

LO SPETTACOLO IN CONFIDENZA  1991 – INCONTRO CON MARCO FERRERI

(1991, dur., 53’)

Incontro con Marco Ferreri 

A casa del regista, Razzini costruisce una lunga, singolare e preziosa  conversazione sulla poetica di Ferreri, lo stato del cinema italiano, non tralasciando racconti ed aneddoti che sottolineano ancora di più il rispetto e la confidenza tra i due…

VIERI RAZZINI TRA CINEMA E TELEVISIONE

(dur., 30’)

Montaggio di trasmissioni, partecipazioni, interviste di e con Vieri Razzini: da PER LUCHINO VISCONTI, MOVIEXTRA, TUTTO E’ MUSICA, DEDICATO A MARIO SOLDATI, CHE TEMPO CHE FADIRITTO DI REPLICA, ecc. ecc.

FIUME ROSSO

inquisizione ed anticomunismo ad Hollywood (2)

Edward Dmytryk, le catene della colpa 

a cura di Paolo Luciani 

La fine dell’alleanza antinazista tra Stati Uniti e Unione Sovietica dette il via al lungo inverno della “guerra fredda”.  La paura del comunismo, di sabotatori e spie avvolse come una cappa plumbea l’intero paese. Questa condizione di paranoia collettiva, identificata con il termine maccartismo ( dal senatore Joseph McCarthy), per il suo evidente riscontro mediatico, si abbatté anche e soprattutto sul mondo del cinema, tra i registi, gli attori, gli sceneggiatori, le maestranze tutte, prima alla ricerca di iscritti o simpatizzanti del Partito Comunista, subito dopo allargando una vera e propria persecuzione anche a quanti, negli anni precedenti compresi quelli dell’alleanza antinazista tra l’Urss e l’occidente,  avessero fatto parte di comitati di appoggio o solidarietà con i movimenti antifascisti, come con i repubblicani di Spagna, ovvero con gli intellettuali schierati a fianco dei movimenti europei di resistenza antinazista. Da un giorno all’altro centinaia di protagonisti e lavoratori del mondo dello spettacolo americano si trovarono inseriti in una lista nera di proscrizione, che rese impossibile loro di continuare a lavorare. Molti emigrarono in Europa, altri si mascherarono sotto pseudonimi o nomi falsi per continuare ad operare nel mondo del cinema. Quasi tutti si dovettero misurare con un vero e proprio tribunale, quello per le attività antiamericane, che con metodi degni dell’Inquisizione li poneva di fronte ad un dilemma: ripudiare pubblicamente le proprie idee, assumersi anche colpe non vere e, soprattutto, denunciare amici e colleghi. I produttori delle majors furono in prima fila nella caccia al comunista nel cinema; questa era anche la loro personale vendetta nei confronti del movimento di sindacalizzazione che, in particolare tra gli sceneggiatori e le maestranze, li aveva messi in difficoltà a partire dalla metà degli anni trenta. Naturalmente vi furono anche clamorosi casi di resistenza e denuncia: una delle prime liste di proscrizione stilata, quella dei “dieci di Hollywood”, suscitò un movimento di denuncia e condanna. Ma la forza del sistema fu tale che pochi mantennero la propria posizione iniziale di denuncia di anticostituzionalità dei processi e dei licenziamenti; amicizie e convinzioni infrante segnarono in qualche modo tutti gli anni ’50 del cinema americano. La lista fu formalmente abolita nel 1960, quando allo sceneggiatore Dalton Trumbo fu pubblicamente riconosciuto il suo contributo al film  Exodus di Otto Preminger e Spartacus di Kubrick; ma soprattutto quando il processo di ristrutturazione industriale dell’industria dell’intrattenimento (cinema, tv, teatro, ecc. ) americano ebbe fine, con la presenza non più eludibile dei grandi network televisivi. In qualche modo la realtà reclamava i suoi diritti anche al cinema, sapeva scegliere con più discernimento le nuove streghe ed i nuovi mostri: la nuova Hollywood era alle porte.

Edward Dmytryk è una figura emblematica di questo periodo storico. Canadese di origine ucraina, Dmytryk svolge tutta la possibile gavetta cinematografica: alla metà degli anni ’30 risalgono le sue prime regie. Ben presto alla Rko si specializza in film di propaganda e di appoggio allo sforzo bellico Usa, il tutto declinato secondo il noir, il melodramma, il film bellico. Viene da subito inserito, unico regista, nella lista dei “dieci di Hollywood”, avendo rifiutato di rispondere alla Commissione per le attività antiamericane; incarcerato,  la sua carriera si blocca, come quella degli altri suoi compagni. In successivi interrogatori, decide invece di autodenunciarsi come ex iscritto al partito comunista e fa i nomi di tanti suoi colleghi, indicandoli come iscritti o simpatizzanti… Riprende a lavorare, firmando negli anni anche importanti successi commerciali. In alcuni di questi una critica attenta ha individuato elementi i narrativi che certamente si ricollegano alla sua drammatica esperienza.

FUORI ORARIO, con il titolo FIUME ROSSO,  ha deciso di ritornare su questo periodo del cinema americano,  presentando una scelta di film di Dmytryk, insieme con titoli ascrivibili a quel particolare momento, ad alcuni dei suoi protagonisti, siano essi registi, attori, sceneggiatori, e ad una scelta di materiali di archivio.

L’OMBRA DEL PASSATO

(Murder, My Sweet), Usa, 1944, b/n, dur., 92′)

Regia: Edward Dmytryk

Con: Dick Powell, Claire Trevor, Anne Shirley, Otto Kruger, Mike Mazurki

Tratto da uno dei romanzi più famosi di Chandler e del suo personaggio, l’investigatore privato Philip Marlowe; una trama a momenti inestricabile e costruita con una fotografia  dai toni espressionisti hanno subito fatto di questo film un classico del genere. Rivisitato 30 anni dopo da Robert Mitchum, con la regia di Dick Richards.

GLI EROI DEL PACIFICO

(Back To Bataan, Usa, 1945, b/n, dur., 87′)

Regia: Edward Dmytryk

Con: John Wayne, Anthony Quinn, Beluah Bondi, Richard Loo, Vladimir Sokoloff

Classico film bellico, impostato sulla resistenza che la popolazione filippina oppone all’occupante giapponese. In questo possono contare sull’aiuto che i marines offrono loro, tra mille difficoltà, travolti  come sono stati  inizialmente dall’offensiva nemica.

La declinazione del film assume così quella impostazione “resistenziale e democratica” che contraddistinse molti film hollywoodiani di propaganda , incentrati sulla sottolineatura della necessità della grande Alleanza antinazista ed antinipponica. Lo sceneggiatore Ben Barzman, giornalista e romanziere, attivo in quel settore della  comunità ebraica newyorkese che non disdegnava simpatie comuniste, divenuto sceneggiatore si mantenne sempre fedele ad un  racconto della realtà concreto e comunque sempre intessuto di impegno politico e sociale. Prima di emigrare con la moglie all’estero per sfuggire all’ondata maccartista, sceneggiò per Dmytryk un altro film (che il regista realizzò anche lui all’estero…) Cristo tra i muratori e, con la sceneggiatura del film Il ragazzo dai capelli verdi, iniziò una collaborazione con il regista Joseph Losey, che si protrasse anche quando Losey fu costretto anche lui ad emigrare per il crescere delle persecuzioni maccartiste.

 

Venerdì 5 agosto dalle 0.45 alle 6.00

Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

SI SALVI CHI PUO’ – LA VITA NON SI SCAMPA  (6)

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto 

IL CARRETTIERE                                         

(Borom sarret, Senegal/Francia, 1962, b/n, dur., 21’, v. o. sott., it. )

Regia: Ousmane Sembene

Con: Ly Abdoulaye (il carrettiere), Albourah (il cavallo)

Opera prima del grande cineasta senegalese Ousmane Sembene di cui a breve Fuori Orario manderà in onda anche Le Noir de, è uno dei film fondativi del cinema africano. In poco meno di venti minuti Sembene racconta la giornata di un carrettiere povero e del suo cavallo nella città di Dakar, tra corse non pagate, sotterfugi dei clienti e impedimenti della polizia schierata a difesi dei quartieri ricchi. La visione e la forza del cinema di Ousmane Sembene, i corpi e la luce dell’Africa fanno di questo breve film un’opera fondamentale.

VITALINA VARELA

(Id., Portogallo, 2019, col., dur., 124’, v.o. sott. in italiano)

Regia: Pedro Costa

Con: Vitalina Varela, Ventura, Francisco Brito, Manuel Tavares Almeida, Marina alves Domingues, Imídio Monteiro, José Tavares Borges

Pardo d’Oro e Pardo per la miglior Interpretazione femminile al Festival di Locarno nel 2019

Una processione di ombre e corpi apre il film di Pedro Costa. Dal fondo di un vicolo scuro emergono lentamente, come fuoriuscissero dalla cavità di una roccia, una fila di corpi, tutti rigorosamente maschili. L’andamento oscillatorio delle figure, il buio, le ombre riflesse sulla parete di un cimitero, una marcia funebre. La morte segna l’inizio di Vitalina Varela, l’ultima predella di un grande polittico che Pedro Costa ha dedicato agli emigranti capoverdiani residenti a Lisbona. Tutto il film è avvolto da un silenzio mortifero. Non conosceremo il defunto, Joaquim, né, tantomeno, le relazioni che legano alcuni personaggi. Sua moglie, Vitalina Varela, arriva a Lisbona tre giorni dopo il suo funerale. La donna capoverdiana, che presta il suo nome e la sua storia al film, ha atteso 25 anni per raggiungere Joaquim a Lisbona. Spetterà a lei rompere il silenzio e abitare uno spazio ostile ed estraneo. Vitalina è il primo personaggio che arriva da Capo Verde a Lisbona invertendo, così, una traiettoria nella filmografia di Pedro Costa. Per la prima volta qualcuno giunge da Capo Verde ed ha l’opportunità di conoscere la vita che si conduce nella grande città. Vitalina ha atteso una vita intera per compiere questo viaggio, ma scoprirà che Lisbona, per i capoverdiani, non è niente più che uno spazio ostile, lo spazio dell’esclusione e della disgregazione.

“Accade qualcosa con l’arrivo di Vitalina a Lisbona. Non è solo una donna concreta, molto fisica, carnale, persino colma di desiderio. Vitalina avrebbe voluto vedere il marito, il suo corpo, lo afferma nel film. Vitalina rappresenta ciò che in pittura si definisce la Visitazione. È la Visitazione di qualcuno che viene da altrove, che porta notizie da un altro paese, da un altro tempo. Anche Vitalina è uno spettro. Il suo arrivo perturba e sconvolge la vita degli abitanti di questo quartiere. Solleva una sorta di scandalo. Li pone di fronte ad alcune verità. Riesce a schierare contro una parete questi uomini capoverdiani che definisce pigri, immemori, alienati. Li schiera come fosse un poliziotto di fronte ai sospettati. Li qualifica, li addita, adduce fatti…non dico crimini, ma quasi… Mentre concepivo il film mi sono ricordato di includere anche Ventura e per lui ho pensato la figura del prete. A Ventura serviva una sorta di contraltare. Mi sembrava interessante il contatto tra questa donna, questa forza del passato che rappresenta Vitalina, e questo giudice del presente che ha ormai letteralmente perso la ragione. Così come ha perso la fede, la fede e la testa. Ho pensato, ancora una volta, che il cinema probabilmente è fatto per questo…”. (Pedro Costa)

L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA                 

(Toivon tuolla puolen, Finlandia, 2017, col., 96’)

Regia: Aki Kaurismäki

Con: Shrwan Haji, Sakari Kuosmanen

Due storie che si incrociano in una cittadina finlandese. Quella di Khaled, un rifugiato siriano che arriva di nascosto in una nave che porta carbone e chiede asilo senza successo. E quella di Wikström, un venditore all’ingrosso di camicie che, dopo una giocata a poker, decide di cambiare vita, lasciare la moglie, e aprire un ristorante. Wikström incontra Khaled, ora clandestino, che dorme dietro il locale. Gli offre cibo, alloggio e un lavoro. E decide di sfruttare il suo aspetto di straniero per convertire il locale in ristorante etnico.

Dedicato alla memoria del grande critico e programmatore Peter van Bagh, con un cameo della sua attrice di culto Kati Outinen, il film ha vinto l’Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino.

“I personaggi di Kaurismäki non hanno mai davvero una casa. (…)  Kaurismäki sta sempre su questi margini di esclusione, storie di rifiuti, di residui, racconti di diaspore e esili. Che sono sempre, innanzitutto, individuali e poi, solo poi, per il tramite di un destino comune, collettivi. Ma se l’esilio è una costante, il fatto che in L’altro volto della speranza, come già in Miracolo a Le Havre, si parli di immigrati clandestini, di fughe dalla guerra, di confini blindati, è una naturale conseguenza. Tra Khaled, Wikström e gli improbabili dipendenti della Pinta d’Oro, il miserabile ristorante rilevato dal vecchio rappresentante di camicie, non c’è reale differenza. In fondo, Kaurismäki immagina la comunione o solidarietà come un’evoluzione naturale della solitudine. E col cinema costruisce ipotesi di resistenza e di altre famiglie, a cominciare dai volti che lo attraversano nel corso degli anni” (Aldo Spiniello).

 

Sabato 6 agosto dalle 1.15 alle 6.30

IL ROMANZO DEL CINEMA

Mario Soldati viaggiatore tra due città (2)

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

MALOMBRA                                     

(Italia, 1942, b/n, dur., 132′)

Regia: Mario Soldati

Con: Isa Miranda, Andrea Checchi, Israsema Dilian, Gualtiero Tumiati, Nino Crisman, Enzo Biliotti

Dal romanzo omonimo  di Antonio Fogazzaro.La giovane nobildonna Marina è tenuta segregata in una villa sul Lago di Como dal severo zio, il conte Cesare, che la libererà solo il giorno delle nozze. Suggestionata dalla solitudine, Marina si identifica a poco a poco con una zia suicida di cui ha trovato una lettera segreta e di cui crede di essere la reincarnazione.

“In apparenza seguito ideale di Piccolo mondo antico, il secondo adattamento da Fogazzaro ne è in realtà il ribaltamento.  Girato nel crepuscolo del fascismo, Malombra è stato di volta in volta visto come un gemello ‘nero’ di Ossessione, come un film “involontariamente surrealista” (Ado Kyrou), come un precursore di Senso o dei gotici italiani degli anni Sessanta.    . Soldati avrebbe voluto ancora una volta la Valli, che avrebbe probabilmente reso più umano il personaggio. Ma Isa Miranda, così distante e algida, rende forse ancora più gotico questo ballo di fantasmi”. (dal catalogo Festival Cinema Ritrovato)

“Malombra fu un film difficilissimo perché il romanzo da cui lo trassi era fatto di sensibilità e intimismo. E’ pieno di difetti, ma nel complesso resta probabilmente il mio film migliore, così almeno diceva anche Visconti. In quel momento, dopo Piccolo mondo antico, ero il numero uno dei registi di allora! Avevo anche come operatore Massimo terzano, forse allora il più bravo di tutti”. (Mario Soldati)

PICCOLO MONDO ANTICO                         

(Italia, 1941, b/n, dur., 99’)

Regia: Mario Soldati

Con: Alida Valli, Massimo Serato, Ada Dondini, Maria Pascoli

Dal romanzo omonimo di Aldo Palazzeschi (1895) Durante il Risorgimento italiano, il giovane rampollo di una nobile famiglia sposa, contro il volere della dispotica nonna filoaustriaca, la nipote di un modesto impiegato. I due si stabiliscono in una villa sul Lago di Como, ma la loro vita è angustiata dall’ostilità della nobile e arcigna signora   Intanto il giovane sposo si associa ai nascenti movimenti rivoluzionari.

Il film che, dopo Una romantica avventura di Camerini, lancia il filone degli adattamenti ottocenteschi in cui esordiranno tra l’altro Alberto Lattuada e Renato Castellani.  Il cosiddetto “calligrafismo” fu anche una modo di sottrarsi  – da parte dei registi –  alla retorica fascista.  Il film lanciò Alida Valli come attrice drammatica ed ebbe un grandissimo successo.

CHI LEGGE? VIAGGIO LUNGO IL TIRRENO – 1°, 2° e 3° puntata

(Italia, 1960, b/n, durata totale 87’)

Di Mario Soldati e Cesare Zavattini

Viaggio/inchiesta che ripercorre all’inverso il viaggio dei Mille lungo le coste del Tirreno, ideato da Zavattini con Mario Soldati che firma la regia e conduce in prima persona. Diviso in otto puntate in cui Soldati incontra persone diverse, lavoratori, intellettuali, emarginati per chiedere cosa leggono e che rapporto hanno con i libri. Nella notte la prima puntata Amici siciliani. A seguire la  seconda e la terza tappa, Un altro ferry-boat e Gli scogli delle sirene.

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Le Arene estive di Cinema a Roma

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