La programmazione di Fuori Orario dal 4 al 10 aprile

Su Fuori Orario i primi tre episodi di Storie dell’anno mille di Indovina e poi Cronenberg, Straub e Maresco. Prima tv di An Elephant Sitting Still

Domenica 4 aprile dalle 1.40 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

presenta

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STORIE SCELLERATE

PASSO DOPO PASSO NEL NERO PIU’ NERO (6)

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

SIAMO DAVVERO PIETOSI: 20 ANNI SENZA FRANCESCO TIRONE

(Id., Italia 2021, b/n e col., dur., 20’ ca)

Con: Franco Maresco

Venti anni fa moriva Francesco Tirone, il ciclista di Cinico TV, il protagonista delle strisce “Mafiaman”, probabilmente il più poetico e picaresco dei personaggi delle opere di Ciprì e Maresco del primo periodo, amato da artisti come Mario Schifano e Franco Scaldati. Fuori Orario ricorda Francesco Tirone insieme a Franco Maresco, inventore dei suoi personaggi ma ancor più suo amico di vecchia data, ben prima di coinvolgerlo in una delle avventure cinematografiche più forti e originali di sempre. 

Storie dell’anno mille – 1°, 2°, 3° puntata

(Id., Italia 1969-1973, col., dur., totale 141’44’’)

Regia: Franco Indovina

Soggetto originale e sceneggiatura: Tonino Guerra e Luigi Malerba.

Musiche originali: Egisto Macchi

Con: Franco Parenti, Carmelo Bene, Giancarlo Bettari

Sta per chiudersi l’anno Mille. Il cavaliere Fortunato e i due soldati Carestia e Pannocchia, sopravvissuti a una battaglia e vittime di continui equivoci, ne affrontano di cotte e di crude. Travestiti da religiosi, incappano nel Papa che vuole essere confessato; vengono poi coinvolti in un assedio; rischiano il rogo come eretici e si salvano per un diluvio provvidenziale; si vedono dare in omaggio un reame e il giorno dopo sono ancora una volta condannati a morte. Fuggono, ma neanche a casa troveranno pace.

Un film picaresco, sceneggiato da Tonino Guerra e Luigi Malerba, tra gli interpreti un Carmelo Bene doppiato al suo esordio televisivo.

Venerdì 9 aprile dalle 1.10 alle 6.00

POLVERE NEL VENTO

CINQUE MAESTRI D’ORIENTE

(2)

a cura di Lorenzo Esposito e Roberto Turigliatto

AN ELEPHANT SITTING STILL                PRIMA VISIONE TV            

(Dà Xiàng Xídì Érzuò, Cina, 2017, col., dur., 226’26’’, v.o. sott., italiano)

Regia, sceneggiatura e montaggio: Hu Bo

Con: Peng Yuchang, Zhang Yu, Wang Yuwen, Liu Congxi

Opera prima e tragicamente ultima del regista cinese Hu Bo, morto suicida ventinovenne subito dopo aver terminato il montaggio, An Elephant Sitting Still è stato presentato in prima mondiale al Forum di Berlino nel febbraio del 2018 ed è diventato il caso cinematografico mondiale più stupefacente della fine del decennio, acclamato  come uno degli esordi più dolorosi e potenti del cinema del Ventunesimo Secondo. Béla Tarr,  suo grande ammiratore, e che aveva seguito Hu Bo come tutor a Xining  durante la realizzazione di un cortometraggio, lo ricorda come “un uomo costantemente circondato da una tempesta”. Ma “nel lavoro era estremamente sensibile e gentile. Ascoltava tutti ed era attento ai dettagli. Era costantemente di corsa. Forse sapeva di non avere molto tempo. Ha bruciato la sua candela dalle due estremità. Voleva avere tutto ora. Non poteva accettare il mondo e il mondo non poteva  accettarlo. Anche se lo abbiamo perduto,  i suoi film saranno con noi per sempre”. Con un solo lungometraggio Hu Bo ha fatto tabula rasa di tutto il  cinema d’autore algido e manierista della nostra epoca.

Il film, tratto da un romanzo dello stesso regista,  si svolge  nell’arco di una giornata, dal mattino alla notte, in una città cinese industriale senza nome, dove si intersecano le vite dei quattro personaggi principali.  L’adolescente Wei Bu è in fuga: ha ferito gravemente il bullo della scuola, Yu Shuai, spingendolo accidentalmente giù dalle scale. La sua compagna di classe Huang Ling  ha rotto con la madre e si è lasciata abbindolare dal suo insegnante. Il fratello maggiore di Shuai, Cheng, si sente responsabile del suicidio di un amico. Un pensionato, il signor Wang,  non vuole essere trasferito dal figlio in una residenza per anziani e lascia la casa con la nipotina. I   protagonisti si mettono in viaggio verso  la città di Manzhouli, nel nord della Cina, dove pensano di  trovare un elefante che se ne sta semplicemente seduto, immobile e indifferente al resto del mondo.

“Quattro personaggi giunti al capolinea ancora prima di cominciare che salgono su un treno il cui viaggio inizia dall’ultima stazione. Intorno due suicidi, un omicidio. Il mondo che cola a picco. Morire per un film. Morire per un primo film. L’unico. In modo che resti unico. Quante altre volte nella storia del cinema? Il grande Gennadij Shpalikov, lo sceneggiatore del capolavoro di Kuciev Ho vent’anni (ovvero Bastione Il’ic), e regista di un film assurdamente bello e simile a An Elephant Sitting Still, con al posto dell’elefante la Luna, l’immenso Una lunga vita felice (1966). Per intraprendere il tragitto estremo verso una sola e fragile immagine, bisogna essere indifferenti alla crudeltà del mondo come un elefante. Bisogna fare un film capace di ignorare la propria stessa evidente bellezza, stare dalla parte di chi non crede al potere o alla potenza delle immagini, metodo sperimentale per farne e farsi paesaggio interiore. E allora il viaggio diventa storia di un accecamento, movimento di macchina che si mette ogni cosa alle spalle e scarta in derive e detour quelle che si avvicendano davanti. In questo modo, stretto nella morsa di un inverno terrificante, Hu Bo sembra voler filmare uno stato gassoso, i corpi che più si ricoprono di ferite più diventano evanescenti. Di nuovo, come un elefante quando decide che è giunta l’ora e si allontana verso lande desolate per restare solo con la sua stessa fine. Il tempo poi. Dall’alba al tramonto. Un solo giorno per vivere e morire. Se c’è qualcosa di sontuoso in questo (si è detto Béla Tarr, si è detto Jia Zhangke, ma sono solo stampelle per spiegare l’inspiegabile grandezza di un esordio che rimarrà esordio e non ci sarà un seguito), Hu Bo fa di tutto per coglierne i veleni in circolo, l’egoismo e la rabbia, il cuore fangoso di una nazione tanto vasta quanto cieca. La rete di rapporti agonizzanti e decadenti non ha tuttavia nulla di sociologico, ma è solo la base per un intricato movimento continuo fra piani e primi piani, stretti corridoi e pianure immense, la cui flagranza risponde all’oscurità verso cui tutti sembrano destinati. Come se il cinema fosse la sola speranza (non se ne sa molto, ma Hu Bo era anche autore di romanzi molto chiacchierati in Cina). E non è detto che non sia questa stessa speranza a contemplare la possibilità violenta, lo scontro quotidiano, il conflitto, l’ingaggio politico, nonostante tutto. Hu Bo è morto, viva Hu Bo”. (Lorenzo Esposito, Cinema vs Death, in “Film Parlato” n. 7, 2018)

Nato nel 1988 Hu Bo, scrittore e regista,  ha frequentato la Beijing Academy. Il cortometraggio Distant Father (2014) gli è valso il premio per la Miglior regia al Golden Koala Chinese Film Festival; Night Runner (2014) è stato selezionato a Tapei. Ha partecipato allo Xining FIRST International Film Festival dove, sotto la supervisione di Béla Tarr, ha completato il cortometraggio Jing li de ren (Man in the Well).  Dopo aver portato a termine il suo primo lungometraggio, An Elephant Sitting Still ,Hu Bo si è tolto la vita. Come scrittore ha pubblicato  due romanzi, Huge Crack e Bullfrog.  

Sabato 10 aprile dalle 1.20 alle 6.30

LA MORTE AL LAVORO

a cura di Donatello Fumarola

IL PROSSIMO UOMO                                               

(The Next Man, USA 1976, col., dur., 87’44’’)

Regia: Richard C. Sarafian

Con: Sean Connery, Adolfo Celi, Cornelia Sharpe, Lance Henriksen, Marco St. John.

Vertiginoso intreccio geopolitico dove tutte le parti in gioco complottano tra loro. Un Ministro Saudita, Khalil Abdul-Muhsen, in seguito a una serie di uccisioni di funzionari di paesi arabi che cercavano di smarcarsi dalla Russia rispetto al petrolio, propone all’Assemblea dell’Onu di far entrare Israele all’interno dell’OPEC pur non essendo produttore, col fine di far cessare le ingerenze delle grandi potenze (USA e URSS) giudicate responsabili del conflitto permanente in Medio Oriente. Questa posizione farà guadagnare a Khalil molti nemici, da cui dovrà difendersi fino alla morte.

Film sottovalutato (e maltrattato duramente dalla critica all’epoca in cui uscì) di Sarafian (il cui bellissimo Vanishing Point ha ispirato Death Proof di Tarantino).

UN CONTE DE MICHEL MONTAIGNE

(Francia 2013, col., dur., 35’15”, v.o. sott.italiano )

Regia: Jean-Marie Straub

Con: Barbara Ulrich

Da Dell’esercizio (libro II, capitolo 6) dei Saggi di Montaigne.

Un parallelismo tra il XVI secolo e il XXI secolo, periodi di transizione privi di certezze, dove ciò che è doloroso, o minaccioso, o spaventoso (come la morte), può e deve, secondo Montaigne, diventare l’occasione di un’esperienza di vita, l’invito a un esercizio di saggezza.

COSMOPOLIS

(Usa, 2012, col., dur., 105’30’’’)

Regia: David Cronenberg

Con: Robert Pattinson, Samantha Morton, Jay Baruchel, Paul Giamatti.

Il miliardario Eric Packer, dopo una disastrosa giornata a Wall Street, decide di attraversare Manhattan a bordo della sua limousine per raggiungere dall’altra parte della città la bottega del suo barbiere di fiducia. Non vi è alcuna necessità reale, l’arbitrio diventa il motivo scatenante di tutto il racconto del film. L’auto procede a passo d’uomo, New York è bloccata: la visita del Presidente, il funerale di un cantante, una manifestazione di protesta ne paralizzano il traffico, mentre all’interno Eric Parker misura la sua paura (della fine) tra una riunione e l’altra, tra una visita del suo medico e i consigli della sua manager.

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