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BANDO CRITICA DIGITALE 2026: le Borse di Studio per il corso di Sentieri selvaggi!


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La programmazione di Fuori Orario dall’11 al 17 gennaio

Umano disumano con Buster Keaton e Bruno Dumont. E poi la storia dell’eternità con Apitchapong Weerasethakul e Mathieu Amalric. Da stanotte

Domenica 11 gennaio dalle 2.55 alle 6.00

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Girare con microbudget, corso online con Christian Filippi, dal 17 febbraio


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Fuori Orario cose (mai) viste                                                                 

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Corso online PRODUZIONE del DOCUMENTARIO con Raffaele Brunetti dal 5 febbraio

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di Ghezzi Baglivi Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

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SHOWRUNNERS Storie e linguaggio delle Serie Tv attraverso gli autori. Dal 10 febbraio


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presenta

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A.I. per SCENEGGIATURA, dal 26 gennaio 2026

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UMANO DISUMANO (1) 

di Lorenzo Esposito

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Il cinema in Timeline – Corso online dal 26 gennaio 2026

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POLIZIOTTI                               prima visione tv della versione restaurata

(Cops, Usa, 1922, b/n., dur. 18’, v. o. con sott., it.)

Regia: Edward F Cline, Buster Keaton

Con: Buster Keaton, Virginia Fox, Joe Roberts, Edward F. Cline, Steve Murphy

Cops è stato definito il più kafkiano dei film di Keaton. Girato durante il processo per stupro e omicidio del suo ex collaboratore Roscoe “Fatty” Arbuckle, ne trae il tono di disperato intrappolamento.

Keaton viene respinto dalla donna che ama e si trova per caso in possesso del portafogli di un grosso uomo d’affari. Mentre trasporta mobili per la città, si trova assediato da una serie di eventi accidentali che conducono la polizia sulle sue tracce. Quando senza volere lancia una bomba su una parata, si trova a essere inseguito dall’intero dipartimento di polizia di Los Angeles. Keaton riesce a rinchiudere tutti i poliziotti in un distretto di polizia. Tuttavia, la ragazza che ha cercato di corteggiare all’inizio del film disapprova il suo comportamento e lo tratta con freddezza. Pertanto, Keaton apre la stazione di polizia e viene immediatamente arrestato dai poliziotti. Il film termina con la scritta “The End” su una lapide su cui è appoggiato il famoso cappello di Keaton.

COINCOIN ET LES Z’INHUMAINS   (Episodi 1 e 2)

Episodio 1: durata 49′

Episodio 2: durata 55’

(Id, Francia, 2018, col., dur., 104’ 17’’, v.o. sott., it.)

Regia: Bruno Dumont

Con: Alane Delhaye, Lucy Caron, Bernard Pruvost, Philippe Jore, Philippe Peuvion, Cindy Louguet

Dumont prolunga le avventure di Quinquin in quella che lui stesso ha definito “seconda stagione” di P’tit Quinquin. Dumont si inoltra nei territori più estremi della commedia esplorandone il lato più visionario e surreale.

Quinquin è ormai adulto e si fa chiamare CoinCoin. Frequenta la Côte D’Opale e partecipa alle riunioni del Partito Nazionalista con il suo amico d’infanzia Fatso. Il suo vecchio amore, Eve, lo ha abbandonato per Corinne. Quando viene rinvenuto uno strano magma nei pressi della città, gli abitanti iniziano improvvisamente a comportarsi in modo molto strano. I nostri due eroi, il capitano Van Der Weyden e il suo fedele assistente Carpentier, indagano su questi attacchi alieni. L’invasione extraumana è iniziata.

 

Sabato 17 gennaio dalle 2.00 alle 7.00

STORIA DELL’ETERNITÀ (ciclo di narrazioni perdute) (2)

di Lorenzo Esposito e Roberto Turigliatto

STRINGIMI FORTE 

(Serre moi fort, Francia, 2021, col., dur., 95’06”, v. o sottotitoli in italiani)

Regia: Mathieu Amalric

Con: Vicky Krieps, Arieh Worjalter

Dopo La chambre bleue e Barbara, Serre moi fort è l’ottavo film da regista di Mathieu Amalric, un’opera che egli ha conquistato nel corso degli anni strappandola tenacemente alla sua splendida e straripante carriera di attore.  Un’opera più che notevole, che va ormai considerata   tra le più personali e inclassificabili del recente cinema francese, anche per la straordinaria anima “musicale” che guida la struttura frammentata, combinatoria, dei suoi film. Non a caso negli ultimi anni Amalric continua parallelamente, a tappe successive, una serie di documentari dedicati a John Zorn.

Stringimi forte è la storia di “una donna che parte” o che sembra partire. Clarissa (nella magnifica interpretazione di Vicky Krieps) di primissima mattina abbandona la famiglia, il marito che dorme al suo fianco e i bambini addormentati nei loro lettini. «È umano, se ne faranno una ragione», racconta a sé stessa. Poi la donna parte a bordo di una vecchia macchina senza sapere bene dove andare. Nella sua fuga le note del pianoforte (la figlia studia lo strumento) sono il filo conduttore dell’emozione. I frammenti di Schoenberg, Ligeti, Messiaen, Chopin, Debussy, Rameau, Ravel, Beethoven, Mozart, Rachmaninov – attraverso un montaggio frantumato – dirigono il viaggio verso una ‘montagna’ di dolore, strutturano un film che ne contiene due. Due film che raccontano la stessa fuga, ma nel primo una donna fugge dalla casa dove vive con suo marito e i suoi figli, nel secondo fugge la loro assenza. L’elaborazione della perdita diventa una questione di creazione artistica. Amalric ha citato anche Ritorno a casa di Oliveira tra le fonti della sua ispirazione.

«A un certo punto ho pensato al melodramma, alla sua forza, dove non è più possibile imbrogliare, e anche all’ambiguità che esso racchiude, come viene suggerito nel bellissimo titolo di un libro di Carole Desbarats, Le plaisir des larmes. Poi ho pensato a mia madre, che ha perso un figlio al quale non ha mai smesso di parlare. È una cosa bella, questa. Infine questa storia conduceva a un altro motivo: pensiamo spesso di partire, di fuggire. Sentiamo la fascinazione per chi sparisce senza lasciare tracce…Per preparare il film ho visto molti melodrammi, di ogni genere, Pagnol, Vecchiali… E molti film di fantasmi, Il fantasma e la signora Muir, i film di fantasmi giapponesi… Ho anche letto Laura Kasischke, e subito si è imposta l’idea che il delirio e il reale dovessero venire trattati esteticamente nello stesso modo… È il personaggio a fare il film. Il personaggio si fa un film». (Mathieu Amalric, da un’intervista sui Cahiers du Cinéma, n. 770, settembre 2021)

MEMORIA           

(Id., Colombia, Thailandia, Francia, Germania, Svizzera, Regno Unito, USA, 2021, col., 130’55”, v.o. sottotitoli italiani)

Regia: Apitchapong Weerasethakul

Con: Tilda Swinton, Elkin Diaz, Jeanne Balibar, Juan Pablo Urrego, Daniel Giménez, Cacho

Premio speciale della giuria al Festival di Cannes

Jessica, la protagonista, è una coltivatrice di orchidee che si trova a Bogotà in visita alla sorella ricoverata in ospedale. Mentre sta dormendo viene svegliata di soprassalto nella notte da un rumore inspiegabile, di cui non sa trovare la provenienza.  La donna non riuscirà più a prendere sonno, e  il suono  si ripresenterà in situazioni casuali anche durante il giorno.  Jessica cerca di trovarne l’origine con l’aiuto di Hernàn, tecnico del suono presso uno studio di registrazione. Fa anche amicizia con Agnes, un’archeologa che sta studiando i resti umani, risalenti a 6000 anni prima, scoperti in un tunnel in costruzione. Mentre viaggia per raggiungere Agnes sul sito degli scavi fa la conoscenza del pescatore Hernan, che vive nella foresta, e col quale passa una giornata in riva al fiume scambiandosi i ricordi. Quando la giornata volge al termine Jessica prova un senso di chiarezza, forse scopre di essere un punto di congiunzione tra passato, presente e futuro.

«All’inizio pensavo che Memoria sarebbe stato molto diverso dai miei film precedenti, ma visionando le rushes mi sono reso conto di quanto fosse simile in termini di ritmo, movimenti, luce. Sento che Memoria va oltre la sua collocazione in un paese particolare, è nello stesso tempo la Colombia, la Thailandia, ma forse anche altrove… Il fatto di girare in 35 mm., con inquadrature della durata tra i cinque e i dieci minuti, aggiungeva una certa concentrazione. Era come un rituale. (…) Il cinema di Jacques Tourneur è stato particolarmente importante per me, In Memoria Tilda Swinton si chiama Jessica Holland, come la donna zombi in Ho camminato con uno zombi. Volevo che anche il mio personaggio diventasse una sorta di marionetta. Anche in Tourneur la donna è come ipnotizzata da un suono, quello dei tamburi vudù, una musica nera, mentre lei è bianca. E questo fa anche apparire i resti della colonizzazione, attraverso una cultura indigena. Credo che Jessica, come la Jessica di Tourneur, non esista veramente: ha una dimensione surreale, che può esistere solo attraverso il cinema. È come un micro, raccoglie suoni, colori. È come un’onda che cerca di sincronizzarsi con un’altra onda. È il cinema. Memoria è un film molto lineare. Lo vedevo come un haiku, qualcosa come: Bang!…walk, walk, walk. (…) Sono stato cresciuto nell’animismo e il buddismo, con l’idea che tutte le cose siano connesse. Al di là del fatto di credere o non credere questo mi ha segnato in modo indelebile. Ma mi sono anche immerso nell’universo scientifico, perché i miei genitori erano medici. Sono cresciuto in mezzo a libri di medicina, e credo che il cinema abbia molto a che vedere anche con questo, in particolare in Ho camminato con uno zombi: l’attenzione al corpo, alla vita organica, alle cure». (Apitchatpong Weerasethakul, dall’intervista dei Cahiers du Cinéma n. 781, novembre 2021)

 

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