La ragazza della palude, di Olivia Newman

Newman adatta il bestseller di Delia Owens in un film convenzionale, che tradisce la premessa di suspence, virando verso il dramma sentimentale

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Prendete il best seller di Delia Owens, uno dei fenomeni letterari americani più di successo degli ultimi anni, affidate la sceneggiatura a Lucy Alibar, che già aveva lavorato a Re della terra selvaggia, scegliete come protagonista Daisy Edgar-Jones, volto principe di Normal People e mettete al timone della regia Olivia Newman. Cosa potrebbe andare storto? Eppure. La trama è fedele al libro: siamo nella Carolina del Nord nel 1969, il cadavere di un ragazzo viene trovato riverso tra le mangrovie della palude. Si tratta di Chase Andrews, popolare rampollo di Barkley Cove. I sospetti cadono immediatamente su Kya Clark, “la ragazza della palude”, in fuga dalla polizia dopo il ritrovamento del corpo, ostracizzata dalla comunità per essere un’outsider che vive isolata, lontana dal centro cittadino, dopo essere stata abbandonata da tutti i membri della sua famiglia.

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Ma quello che inizia come un thriller, si trasforma ben presto in un coming of age dei più classici e statici, con qualche intermezzo processuale. L’iniziale premessa di un’indagine fatta di suspance e tensione viene tradita da una messa in scena priva di slancio che non sa sfruttare fino in fondo il potenziale d’interesse della storia di Kya Clark (come le tensioni razziali della Carolina del Sud tra gli anni ‘50 e ‘60) affidando tutto il carico emozionale agli amori giovanili della “marsh girl”, compromessi dal trauma dell’abbandono, e giocando furbescamente con una scintillante fotografia, troppo pulita, che mal si sposa alla vita selvatica della protagonista, e che avvicina La ragazza della palude a drammi sentimentali come Le pagine della nostra vita. Il lavoro di Newman risulta ingolfato, privo di ritmo, eccessivamente lungo nel mostrare il percorso di crescita di Kya a contatto con una natura che si rivela alma mater, certamente affascinante, ma su cui la regista vagheggia troppo a lungo. La risoluzione dell’omicidio trova così solo un piccolo spazio finale, non sufficiente a soddisfare la curiosità di chi guarda, trattato come materia secondaria rispetto all’economia del racconto. E la sensazione è di aver guardato per due ore una vicenda che non riesce mai davvero a catturare l’interesse nelle sue pieghe più convenzionali.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.3
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Il voto dei lettori
3.5 (4 voti)
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