La ragazza nella nebbia, di Donato Carrisi

Il giallo letterario made in Italy ha sempre combattuto per il centro delle vetrine. Tutti, superando anche distrattamente una libreria, cercavamo, magari in estate, quei nomi antichi, quegli assicuratori di assegni milionari, quei macinatori di storie, intricate o meno, che garantivano sudori freddi sotto la palma: Michael Connelly, Ken Follett, e la più recente ondata di thrilling, più che giallo, della penisola scandinava. Donato Carrisi ha venduto più di un milione e mezzo di copie con il suo La ragazza nella nebbia, dapprima romanzo, in seguito sceneggiatura, da lui stesso redatta, e poi film, in pre-apertura alla dodicesima Festa romana. Il pulsante d’avvio è la sparizione, Anna Lou, sedici anni, capelli rossi e lentiggini, svanita da un piccolo borgo montano. Una ragazza tipicamente mansueta, aderente alle dinamiche comunitarie, devota cristiana tanto quanto i genitori. Del caso si occupa un esperto, l’ispettore Vogel, Toni Servillo, e una nutrita squadra di forze miste, chiamate alle armi per stuzzicare il morboso appetito mediatico.

La cronaca nera italiana raccoglie più gregari del profilo Instagram della Ferragni. Dai blocchi televisivi di programmi che sbancavano, e sbancano, l’Auditel, quali “Pomeriggio 5”, a format creati appositamente per la ricostruzione maniacale del fatto. Ossessiva nella riproposizione, poco efficace, che va dalla dilatazione di un titolo, o di uno spezzone di intervista, masticato e ingoiato più volte, e naturalmente di soggetti più o meno coinvolti che giurano all’emittente di turno l’esclusività, quando, magari il pomeriggio dello stessola_ragazza_della_nebbia_alessio_boni giorno, hanno enunciato in perifrasi lo scoop da 30-35% di share. Di sicuro il motore della storia è il meno interessante, e questo lo sa lo stesso Carrisi. Quante facce di bambini e adolescenti con informazioni varie in sovrimpressione sono partite da Chi l’ha visto? Questo, come gli altri che sommariamente citavamo, fra i frontrunner della rete che lo ospita. Non siamo sicuri se sia l’italiano o l’umano a soffrire di morbo voyeuristico a tinta nera. Ma al regista non interessa. Per Carrisi non esiste l’interrogativo perché non esiste un assunto, sia che riguardi l’uno oppure l’altro. L’ispettore Vogel, consapevole dell’inesistenza di prove, dunque di un colpevole, e avvezzo alla fame spasmodica della stampa, punta il dito contro un professore, Alessio Boni, il capro che si beccherà lo slogan di Mostro, ricordiamo tutti Firenze o il caso Scazzi, da poco giunto in città, soggetto ideale perché il popolo scenda in strada con fiaccole e forconi.

La mancata fluidità registica di Carrisi va di pari passo con una scrittura strozzata dalla smania di chiusure. Ogni personaggio recita il proprio ruolo perchè creato per quel preciso minutaggio o riga, oltre, genererebbe un cortocircuito immaneggiabile e pericoloso. Non che le scritture scandinave, fondate sul genere whodunit, sia chiaro con palesi differenze da68989_ppl Madame Christie, si gettino nel fuoco del caos, ma tridimensionalità caratteriali, incastri interpersonali, pieghe, intrecci e twist narrativi, almeno nel più noto Larsson, si mostrano avvinghiati, affastellati come se la loro stessa nascita fosse stata pensata per un insieme inestricabile, e non per questo asfissiante. Al di là dei debiti, in fondo siamo nel post-post ecc., La ragazza nella nebbia si adagia su un letto drammaturgico poco originale, dimenticando di sfruttare lo spaccato mediatico rinchiuso in parentesi e la forza della suspance. Quest’ultima, già inficiata dal flashback di partenza, e da un complesso più giallo che thrilling, perde anche l’alleato direttivo, che lascia indietro la potenza del mistero, una nebbia che scopre le carte sbagliate.

Regia: Donato Carrisi
Interpreti: Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Daniela Piazza, Thierry Toscan, Jacopo Olmo Antinori, Antonio Gerardi, Greta Scacchi, Jean Reno
Origine: Italia, 2017
Distribuzione: Medusa
Durata: 127′