La ragazza senza nome, di Luc e Jean-Pierre Dardenne

C’è un respiro affannato, irregolare in apertura. Ma è una falsa pista. Quasi il segno premonitore di una ricerca più dolorosa che è senza sosta. Jenny è un giovane medico generico che scopre che la polizia ha trovato il corpo di una ragazza morta, senza identità. I Dardenne stanno attaccati sul suo corpo. Non cercano di catturare quella furia nervosa sprigionata in Rosetta o L´enfant. Quella della protagonista è un´altra corsa come quella di Marion Cotillard in Due giorni, una notte. Ma non contro il tempo. Bensi in uno spazio che sembra chiudersi attorno a lei. Tracce disseminate e poi disperse, personaggi che seminano indizi che poi vengono rinnegati. Jenny è come un detective di un malato noir fisico, avvolto nei rumori della strada che diventano la traccia sonora persistente. Ma non c´è quel movimento senza tregua del loro cinema. Anzi, le forme del poliziesco subiscono numerose interruzioni. Come un cuore che cessa per un secondo di battere e poi riprende. Sono numerosi i malori, gli arresti cardiaci. Come quello del bambino all´inizio. E in un film dove si avverte maggiormente il peso della scrittura, sulla stessa linea di Il matrimonio di Lorna. I Dardenne fermano e fanno riprendere l´azione proprio per non farsi sopraffare.

la-ragazza-senza-nome-adele-haenel-louka-minnellaLa libertà, la tensione non sono quelle dell´ultimo straordinario Due giorni, una notte. Ma la figura di Adèle Haenel diventa un altro personaggio femminile della loro filmografia per mettere in gioco un cinema fisico, di mdp sopra il corpo e addosso al volto, con tracce improvvisamente esplosive come l´inseguimento e la minaccia in macchina. Tra il grigio del giorno e le luci della notte. La ragazza senza nome diventa così quasi il polar che i Dardenne non hanno mai fatto. Video, telefoni che squillano ma soprattutto campanelli che suonano continuamente. Che interrompono spesso la scena che si sta svolgendo. Come se ogni volta si rimettesse in discussione l’inquadratura che si sta girando. L’intensità epidermica viene qui dichiaratamente negata.  C’è però anche quello scarto tra una scrittura che potrebbe apparire più elaborata e l’evidente impossibilità di portarla sullo schermo. Il citofono diventa così elemento fondamentale non solo della colonna sonora ma di un disegno teorico. Quasi la negazione di quello che si sta mostrando. Con un rigore sempre innegabile di un cinema stavolta meno fluido. Ma che ha avuto la chiarezza di mostrar(si), di disegnare sul corpo di Jenny quasi un tormentato cammino cristologico. Nel suo volto giovane, ci sono già i segni della sofferenza. Come se arrivasse da lontano. Dal cinema di Dreyer. E il suo percorso tormentato e continuamente spezzato può essere la penitenza verso una purificazione. E quell’abbraccio finale non scalda come le lacrime della Cotillard ma ci va vicino.

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Titolo originale: La fille inconnue

Regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Interpreti: Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret

Distribuzione: Bim

Durata: 113′

Origine: Belgio 2016