La regina degli scacchi, di Scott Frank

La serie Netflix con Anya Taylor-Joy è il racconto di un’America anni ’60 vista attraverso il filtro ossessivo del gioco degli scacchi e della dipendenza

The Queen’s Gambit, il “gambetto di donna”, è una celebre mossa di apertura del. gioco degli scacchi, e La regina degli scacchi (in originale The Queen’s Gambit per l’appunto), altro non racconta che il viaggio di un’eroina verso la sua apertura al mondo. La miniserie prodotta e distribuita da Neflix racconta la storia di Elizabeth Harmon, bambina prodigio che a nove anni impara a giocare a scacchi, nel seminterrato di un orfanotrofio. Lì impara anche, suo malgrado, a diventare dipendente dagli psicofarmaci, che  crescendo abbinerà al consumo di alcolici. Tratta dal romanzo di Walter Tevis (lo stesso scrittore de L’uomo che cadde sulla terra o de Il colore dei soldi) la miniserie è diretta da Scott Frank, che la scrive insieme ad Allan Scott, fidato di Nicolas Roeg, per cui ha sceneggiato A Venezia… un dicembre rosso shocking e Chi ha paura delle streghe? (da citare, data l’uscita fresca del nuovo adattamento di Zemeckis). Scott Frank invece, fra i molti film da sceneggiatore, conta Minority Report, Io e Marley e Logan. Film che si prendono tutto il tempo dovuto per sviluppare la propria storia, senza preoccuparsi di compiacere l’impazienza degli spettatori.

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Anche La regina degli scacchi ha questo raro pregio, e cioè un’ottima scrittura che non teme di girare intorno all’ossessione di Beth per gli scacchi, o a quella degli ottimi co-protagonisti come Harry Melling o Thomas Brodie-Sangster. Scott Frank e Allan Scott sostano negli hotel che ospitano i tornei, ne restituiscono la dimensione temporale sospesa, cedono al fascino delle scacchiere e ai click alternati dell’orologio da torneo. Non lesinano sugli sguardi felini che Beth Harmon lancia ai suoi avversari subito dopo aver compiuto una mossa, e ancora insistono senza timore sulle strategie scacchistiche, affascinanti anche per i più che non le comprendono. E oltre all’accuratezza nel restituire il gioco (per la quale è stata chiesta consulenza all’ex campione del mondo Gary Kasparov), è anche e soprattutto la raffinatezza dei dettagli a colpire, restituendoci un’America degli anni Sessanta che più volte ci riporta (con tutte le dovute precauzioni del paragone) a certe suggestioni dell’irraggiungibile Mad Men.

Come quest’ultima anche La regina degli scacchi insiste sui colori, a partire dal grigiore statico dell’orfanotrofio, giocando via via col cambio di luci, man mano che la protagonista acquisisce una sua indipendenza. E cambiano anche gli abiti (bravissime le costumiste Sparka Lee Hall e Kristi Stark) attraverso i quali Elizabeth cerca di esprimere la propria femminilità congelata. Anya Taylor-Joy recita in costante sottrazione, concede pochi e preziosi sorrisi e comunica così la freddezza e la rigidità di un personaggio cresciuto in solitudine. Caratteristiche queste di cui dovrà liberarsi, insieme alla tossicodipendenza (una delle questioni peggio affrontate in scrittura, perché troppo poco approfondita), e trovare così la sua apertura agli altri (ed è forse in questa metafora fin troppo sottolineata che la serie inciampa, soprattutto nella sua conclusione). Ma non a caso i difetti de La regina degli scacchi li mettiamo fra parentesi. Un po’ in disparte dunque, perché nella smodata produzione Netflix, la serie di Scott Frank merita di esser lodata, anche solo per la sua luce, diversa dalle altre. E oltre che per l’eleganza della scrittura, per la cura nella messa in scena, anche per il suo inserirsi, seppur più silenziosamente, all’interno di un filone narrativo che indaga il ruolo della donna in un mondo prettamente maschile (pensiamo a Mrs. Maisel ad esempio, con la realtà della stand up). E non affronta solo la donna nel microcosmo degli scacchisti, ma anche nell’America degli anni 60; basti pensare ad Alma, madre adottiva di Beth, che la bravissima attrice Marielle Heller carica al massimo di tacita disperazione.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (4 voti)
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