La révèrie' del cinema, “Habemus Papam”, di Nanni Moretti

Habemus Papam Nanni Moretti Michel Piccoli

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"L'analista spesso incontra sia assenza di contenitore o contenitore così danneggiato o poroso da maltenere il contenuto… Vi è dolore che non può essere sofferto, colpa che non può essere tollerata e rammarico che non può essere ricordato: tutti casi di contenuto senza adeguato contenitore. Mancando un costruttivo apparato contenitore-contenuto, l'esperienza emozionale non può reggere".

 

J. e N. Symington in “Il pensiero clinico di Bion”

 

C’è qualcosa di anomalo in quest’ultimo lavoro di Nanni Moretti –  film per molti aspetti del tutto dentro le coordinate narrative e tematiche del suo cinema, ma per altri invece assolutamente al di fuori. Come se il suo cinema (il contenitore) non fosse più in grado di sostenere le sue emozioni (il contenuto). Come se inquadrare, osservare, mettere in scena “non bastasse più”. E questo è davvero inquietante, e felicemente avvincente, per un cineasta che da sempre ha fatto dell’inquadratura il suo “centro tolemaico del cinema”, dove il quadro, ciò che sta dentro l’immagine cinema è il tutto, è il cinema. Come a dire, con un concetto forse un po’ forzato ma che in qualche modo racconta l’esperienza cinematografica di Moretti, che non esiste cinema se non dentro l’immagine cinematografica. Siamo ciò che vediamo, che raccontiamo, che rappresentiamo. Il racconto, le storie, sono nel “quadro”, ed è sufficiente osservare con attenzione la maggior parte delle accuratissime (e per certi aspetti persino “ossessive””) inquadrature del suo cinema per verificare quanto alta sia l’attenzione del regista per ciò che viene mostrato ( e non solo per ciò che viene detto o come viene detto, secondo una “mitologia” morettiana che spesso scambia/confonde il regista-autore con il personaggio che mette in scena).

 

In Habemus Papam abbiamo invece un poderoso, imprevedibile e dolcemente impalpabile rovesciamento di questo assunto del suo cinema. Che incredibilmente diventa fluttuante, leggerissimo e “sconvolto” dall’esperienza dell’emozione (il contenuto). Per una volta quello che conta di più non sta nel “quadro”, non sta nell’immagine, ma tutto sembra portarci verso una “nuova idea…forse fluttuando…in cerca di dimora di un pensiero, un’idea che nessuno reclama…” (W.R. Bion). Per una volta, e in questo anche con la forza di sconvolgere gli assunti di base del suo cinema, quello che conta sta nel “fuori campo”. Ma un “fuori campo” mentale, non solo visivo, prettamente fotografico. Ma mai avevamo percepito in un film di Nanni Moretti, la forza e l’assoluta libertà di raccontare quello che non si può vedere, non si può mostrare, ma si può solo immaginare, tutt’al più evocare. E così la vita privata del suo personaggio psicanalista, la sua separazione con la moglie-collega, è fuoricampo, la folla aspetta “fuori” dal campo dell’azione dei cardinali la fumata bianca, i cardinali aspettano “fuori” dalla stanza papale notizie sullo stato di salute del Papa, e la sua stessa “fuga” altri Habemus Papam Nanni Moretti Michel Piccolinon è che un fuoricampo dal suo ruolo, dal suo ingrato e pesantissimo compito di guida, e così possiamo finalmente vedere (come solo Bellocchio aveva fatto in quella breve scena con Aldo Moro vivo a passeggio per la città, in Buongiorno, notte) un Papa così umano da confondersi “cristianamente” nella folla, uomo tra gli uomini, confuso e sgomento come qualsiasi essere dotato di buona salute mentale può essere, in questi tempi. E così il nostro Papa Melville (sì, uno dei Papà della Nuovelle Vague, certo), può liberamente assaporare la vita, come una ciambella con la crema, la stessa che gli altri cardinali non potranno mangiare perché “costretti” (insieme allo psicanalista) in una clausura che gli impedisce di avere rapporti con il mondo esterno. Ma questa libertà non è assoluta, non è totale. Perché Melville ama il teatro, da cui era stato respinto in gioventù (ma non la sorella, che lui seguiva, altro elemento “invisibile” fortissimo del “fuori campo” morettiano), ama l’attore. E l'attore può muoversi liberamente, ma solo all'interno di una struttura rigida e ben definita, di un copione. Ed è proprio mentre assiste a una rappresentazione teatrale che avviene il “recupero” del fuggitivo, corpo/anima vittima di un percorso/copione scritto da altri, che non è in grado di interpretare. Ed allora non resta che esercitare il diritto di un’ultima esibizione, l’ultimo spettacolo, l’atto finale del libero arbitrio davanti un pubblico mondiale.

 

Non mancheranno, immaginiamo, le interpretazioni, tra il politico e il religioso, di questo Habemus Papam, che invece colpisce soprattutto per il suo lavoro sul senso dell’immagine cinematografica (e non solo…). Oggi il contenitore non sembra più in grado di mantenere il contenuto. Il cinema, in altre parole, non basta più. O meglio non basta più la rappresentazione di quello che vediamo attraverso l’immagine, per afferrare il senso di quello che ci accade intorno, ma soprattutto dentro di noi, abbiamo bisogno di “nuovi contenitori”. Per raccontarci, oggi, abbiamo bisogno di “un fuori campo”, qualcosa che sfugge all’immagine, qualcosa che sta “fuori dalla stanza”, che appare quasi impossibile afferrare. E allora torna la commedia, il gioco, l’esercizio del piacere. Che passi attraverso un cappuccino, una brioche, una partita a scopa o a pallavolo, oppure nel vagare per le strade di un città eterna in attesa, guardando i corpi di giovani che cantano, fluttuando, appunto, come un’anima disperata ma “liberata” dal peso del mondo. Sembra impossibile liberarsi dal dolore, anche scacciandolo nel “fuoricampo” della propria vita/memoria. E forse è lì, invece, che dobbiamo rimettere le mani e la testa e il cuore in gioco, a recuperare come eravamo e in quale momento, attimo, della nostra vita, ci siamo persi. Per una volta, per sempre, fuori dal cinema.

  

Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Roberto Nobile
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Origine: Italia, 2011
Distribuzione: 01 e Sacher Film
Durata: 104'

 

22 commenti

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    Bellissima "recensione"

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    touchè! vedrò il film con uno sguardo nuovo.

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    fremo per vederlo…grandissima recensione/flusso…complimenti

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    Domani corro a vederlo. Ma sarà bello come questo articolo del vostro direttore? Dopo averlo visto ve lo dico!

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    Questa mattina ho visto il film all'anteprima al Quattro Fontane, ho saputo che il film veniva proiettato contemporaneamente in due sale. Abbiamo visto lo stesso film? Questo che l'articolo racconta è il film di Chiacchiari, non di Moretti. Lettura interessante e ben scritta, ma il film a me è parso molto deludente.

  • Marcella ottoemezzo
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    «Di quale altra libertà psicologica godiamo oltre a quella di fantasticare? Psicologicamente parlando, è proprio nelle rêveries che siamo degli esseri liberi». Questo lo scriveva Gaston Bachelard. Forse Moretti si è ispirato a lui? Vi suggerisco questo libro, "La poetica della rêverie". Non so se l'autore della recensione lo ha letto, ma sembra averlo influenzato.

  • Guidobaldo Maria Riccardelli
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    In ginocchio sui ceci!

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    Bellissima recensione, emozionante e intensa come il film.

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    da studioso di psicanalisi mi permetto di spiegare che, in Bion la reverie è quello "stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli stimoli proveniente dall’oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino…" Questa funzione è propria della madre nel rapporto col bambino, ma anche dell'analista nei confronti del paziente. Lascio alla fantasia dell'autore della recensione, invece, il senso di questa parola in ambito cinematografico. Devo ammettere che il gioco contenitore/contenuto sul cinema mi ha molto stimolato, soprattutto parlando di un film con un regista che interpreta uno psicanalista.

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    Non è il film più bello di Moretti però sa essere molto poetico, a tratti, e più che psicoanalitico mi è sembrato terapeutico. Non avevo fatto caso alla storia del "fuoricampo", ma i critici servono a questo, no? A farci vedere quello che probabilmente neppure i registi pensano del proprio film. Quello che ho visto "nel campo" mi è piaciuto, per il resto, grazie di questa bella lettura.

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    Moretti è sempre Moretti. Invecchia bene come un buon vino. E lascia sempre un buon sapore in bocca alla fine. Eppure a me piacerebbe avere un Papa così pieno di incertezze come Michel Piccoli!

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    Forse dovreste rileggervi la definizione da vocabolario di "rèverie": "Stato anteriore alla coscienza nel quale si verifica un processo di onirizzazione della realtà. estens. Fantasticheria.". Non è già in sè una bella definizione del cinema?

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    Come Snyder col suo Sucker Punch

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    Mi sono emozionata, a leggere il finale di questa recensione. Anch'io penso che avrei bisogno di ritrovare quel fuoricampo della mia vita dove mi sono persa. Ma forse ero dentro un film (il mio) e non riesco più ad uscire. Che bello potersi immedesimare in un Papa, solo Moretti poteva rendercelo così umano e vicino da desiderarlo, veramente, un Papa così. Senza certezze, pieno di dubbi, uomo tra gli uomini. Vivaddio!

  • vin.malatesta@gmail.com
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    l'unica intuizione riguarda il libero arbitrio e il piacere delle piccole cose, il resto è vecchia critica, completamente involuta. al centro sempre il cinema. poveri vecchi sentieri.

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    la penso diversamente: il libero arbitrio e le piccole cose non sono intuizioni del recensore semmai del regista. che poi al centro ci sia sempre il cinema mi appare, più che una intuizione, una sana e robusta costituzione mentale, soprattutto per una rivista di cinema. non hai letto poi il finale? fuori dal cinema. io leggo sentieri selvaggi proprio perchè mi fa passare, con allegria e pudore, dal cinema alla vita, come il papa morettiano dal conclave alla strada. e questo mi rende irresisitibilmente libera. grandi vecchi sentieri!

  • Anthony DiMarco
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    Forse ho capito male, ma se il buono del film sta tutto nel fuori campo, cioè in quello che non si vede, non è che Moretti, forse, stavolta ha fatto un film sbagliato? Il discorso teorico è forte, sul limite attuale del cinema, ma non è che sia un limite di Moretti e del cinema italiano intero? Clint Eastwood, per fare un esempio, non ha bisogno di rinunciare all'immagine per parlarci del mondo di oggi. E' una stroncatura nascosta questa recensione, vero?

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    Il fuoricampo che dialoga continuamente con ciò che vediamo in campo (come teorizzava 50 anni fa Bazin) è una conquista del Cinema, non certo una sconfitta. La tensione tra visibile e non visibile è alla base della magia del Cinema, e specialmente oggi ci mette in contatto con ciò che siamo al di fuori della sala. Quindi tuttaltro che film sbagliato…e penso che questa sia una recensione molto positiva sul film…

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    Francamente di recensioni cervellotiche ,tra fuori campo e dentro il campo.Tra i detto e il non dettoNon se ne sente il bisogno.Mi atterei al Tema del film.L’individuo,e il potere .Meglio ancora a una sua variante .E cioè quando una persona viene chiamata a ricoprire una delle più alte e ambite cariche,che il potere mette a disposizione dell’uomo,il prescelto rifiuta.O meglio non si sente adatto a ricoprire tale impegno.Forse perché non si sente all’altezza,o forse perché si sente inadatto a ricoprire un ruolo che la sua coscienza rifiuta. Troppo coercitivo quel potere. E Moretti sviluppa questo tema con grande lievità. Con rispettosa laicità. Ma anche con distacco (lo psicologo ateo che organizza il passatempo dei cardinali,oltre a essere confidente delle porpore per i loro bisogni farmacologici).Geniale e piacevoli le tentazioni del nuovo papa con il teatro di Cecov.Lui si sente un attore! Finale davvero fantastico dove in un tetro gremito i cardinali avvolti nelle loro porpore entra …

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    Ancora siamo al Tema del film? Che palle… ma scrivete dei libri allora perchè fare dei film per trovare il Tema? Roba da professorini, scusate ma mi fa tristezza (con tutto il rispetto per i professorini, categoria alla quale malinconicamente appartengo). il cinema è altro, per fortuna, dal tema che registi, critici o chiunque altro vuole affibbiargli addosso. E' arte del vedere (o del non vedere!). E come ricordava Frank Serpico, sono almeno 50 anni che i più grandi teorizzatori sono andati oltre questa storia, e ritornarci nel 2011 mi sembra proprio vecchio vecchio. Chi se ne frega del Papa, dell'impegno, di Cecov della coscienza. Il godimento del film è nei colori, nei sapori, nell'atto magnifico della sparizione di Piccoli, Questo è cinema. Il resto è saggistica.

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    Quando mai lo spettatore va al cinema. Disinteressandosi del tema(sinossi) del film. O meglio ancora fregandosene di ciò che parte della sceneggiatura tratta e sulla quale il film è imperniato? Forse da tanti e da sempre. Noi che viceversa siamo in controtendenza alla modernità, scegliamo di vederci un film e sederci in una sala cinematografica in funzione di ciò che il film racconta. Poi ne valutiamo come lo racconta. E ne godiamo o meno. Inoltre ,se racconta la storia di Babbo Natale, ce ne stiamo a casa a risparmiando soldi e rompicoglioni .Che oggi di il cinema costa sempre più caro!Come i libri.Dei quali ,anche per loro,scegliamo di leggerli in funzione del tema che trattano. Sempre perché siamo in controtendenza con la modernità e l’arte!

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    Interessante lettura, grazie