La rivincita, di Leo Muscato

Prima testo teatrale e libro di Michele Santeramo, poi film di Leo Muscato – autore teatrale di talento alla prima regia cinematografica – che, scelto per la sezione competitiva del Bifest, rientra nell’iniziativa La Rai con il cinema italiano che porta otto film di Rai Cinema in esclusiva su RaiPlay.

Oggi in Italia, vivere di ‘cose normali’ pare la più grande conquista per quell’importante fetta di popolazione abbandonata alla precarietà economica, che ne segna l’esistenza. La semplice sopravvivenza e la ‘sicurezza’ di un lavoro a giornata sono la nuova tranquillità, e avere un bambino è il nuovo lusso: lo sanno due fratelli, Vincenzo e Sabino, dirimpettai, che con le loro mogli affrontano situazioni tanto vicine quanto drammatiche. Il primo, che coltiva il suo appezzamento di terra nelle Murge, è sposato con Maja, le cui giornate sono dominate da un forte desiderio di maternità; il secondo, che gestisce un chiosco di fiori, è spostato con Angela, donna dall’animo inquieto che vive con difficoltà anche il ruolo di moglie e madre (…ma anche di essere umano).

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Il chiosco non vende, e il terreno – in quanto abusivo – viene espropriato dalle autorità per costruire un’autostrada. Ha così inizio per i due una catabasi di scelte pericolose dettate dalla disperazione, in un susseguirsi di avvenimenti, raccontati in chiave ironica, ove uno influenza l’altro in un vortice dal quale si fa sempre più arduo uscire; e probabilmente sono proprio l’ironia e la leggerezza a raccontare al meglio quello spirito nostrano, che consente di superare anche le situazioni più disparate – da commedia nera a tragedia. Le difficoltà affrontate oggigiorno da entrambe le famiglie vengono esposte e provate come sensazioni già conosciute, per quanto non prive di improbabilità – come la denuncia dell’avvocato e l’ottenimento immediato del risarcimento in un deus ex machina alquanto infattibile, per quanto rientri perfettamente nel modus operandi italiano fare soldi per vie traverse. Ma per quanto però il regista riesca nel far trasparire l’ingiustizia e la conseguente infelicità, non sembra esserlo altrettanto per quanto riguarda la resa dei personaggi, le cui scelte, che non sono pienamente giustificate, li portano a complicare inutilmente le cose.

Ambientato a Martina Franca, scenario che però vediamo ben poco, essendo la camera troppo presa nel raccontare ogni azione e avvenimento narrativo, La rivincita subisce le restrizioni del suo formato di nascita – pièce teatrale – dal quale ha difficoltà a scindersi. L’ammontare di tempo dedicato all’importanza degli eventi non consente ai personaggi né di svilupparsi né di farsi conoscere; quei due fratelli il cui rapporto pareva inizialmente ostile finiscono con l’accettarsi senza però aver superato il conflitto o le sue motivazioni naturali; la ricerca interiore di Angela, che banalmente la porta prima in Africa e poi a ritrovare la famiglia, non è spiegata; il non voler un figlio e perderlo per poi volerlo subito dopo nonostante la situazione non fosse migliorata fallisce nel spiegare il vero punto di vista di Vincenzo, che sembra volere solo quello che vuole la consorte. Gli interpreti sono sicuramente all’altezza di far entrare in sintonia il pubblico con quel forte desiderio a cui il quartetto aspira, ma chi sono realmente i quattro personaggi protagonisti?

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Raccontare il disagio che vive l’Italia del precariato funziona; provare a dare una rivincita all’uomo che la vive, può darsi; ma ciò che lo script suggerisce è che le scelte controverse prese dai protagonisti, anche se prese soltanto per disperazione, sono la prova inconfutabile che la vita è difficile. Ma sono anche le scelte fatte a non essere sempre giuste.
Gli obbiettivi dei quattro paiono tutti incentrarsi su un’unica azione: esistere. Ma le loro esistenze sono costruite sulla casualità, prive di qualsiasi altro scopo se non vivere e accontentarsi; animi esasperati che sorridono al più piccolo guadagno o trionfo, personaggi che non possono essere capiti perché danno la sensazione che nemmeno loro sono in grado di comprendere ciò che provano o, soprattutto, perché lo provano.
Il film non può avere l’intenzione di fare un’analisi sociologica, ma si sofferma sul mostrare l’aspetto più esteriore di una situazione specifica. Si tratta di mostrare una sofferenza emotiva legata perlopiù alla situazione precaria di chi la vive, senza però dare la certezza che, anche avendo una una stabilità economica, quegli stessi animi, raccontati per come sono, sarebbero realmente capaci di trovare la serenità; oltre che alla desolazione sociale, questi personaggi sono in balia delle proprie scelte personali, cui niente potrebbe dar certezza che non sarebbero ripetute. La rivincita, dunque, non è del precariato, bensì una rivincita più intima e personale dei protagonisti. Interessante la conclusione che,  sulle note del brano No potho reposare riarrangiate e interpretate da Paolo Fresu, vede gli individui spalleggiarsi a vicenda in un messaggio che ingloba tutti i presupposti che sarebbero necessari per realizzare una vera rivincita del precariato: superare le avversità personali tra uomini della stessa classe sociale e unirsi per affrontare il singolo problema di fondo, anziché scontrarsi a vicenda in un circolo senza fine.

 

Regia: Leo Muscato
Interpreti: Michele Venitucci, Michele Cipriani, Deniz Ozdogan, Sara Putignano, Domenico Fortunato, Francesco Devito
Durata: 84′
Origine: Italia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.17 (6 voti)