La Russia tornerà alla Biennale d’Arte di Venezia?
Dopo l’assenza delle scorse edizioni il Paese figura nella lista ufficiale dei partecipanti, ma la scelta fa discutere il mondo dell’arte e della politica. Buttafuoco in pericolo?
Con l’avvio della 61ª edizione della Biennale d’Arte di Venezia ormai alle porte (l’inaugurazione è prevista per il 9 maggio 2026), la Fondazione e il suo Presidente Pietrangelo Buttafuoco sono finiti nuovamente al centro di accese polemiche per via dei Paesi partecipanti. Infatti, dopo la controversia riguardante la partecipazione di Israele, ora il dibattito ha coinvolto soprattutto la presenza della Russia che, dopo l’assenza delle ultime due edizioni, dovrebbe tornare ad esporre nel proprio padiglione con la mostra The Tree is Rooted in the Sky. Il delegato russo per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della cultura del Paese Mikhail Shvydkoy ha spiegato che saranno coinvolti più di 50 giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia e da altri Paesi, come prova “che la cultura russa non è isolata e che i tentativi di cancellarla intrapresi negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali non hanno avuto successo“.
In un’intervista a La Repubblica, Pietrangelo Buttafuoco ha difeso la scelta di includere la Russia (assieme ad altri Paesi attualmente coinvolti in conflitti, come Iran, Ucraina, oltre al succitato Israele), spiegando che “La Russia è proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 ed è stata assente dal 2022. Ho chiesto ai miei collaboratori di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra, per raccontarci l’altro punto di vista. Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da anni Settanta. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie“.
Buttafuoco ha anche dichiarato di aver informato il governo della scelta. Poco dopo, tuttavia, il Ministero della Cultura italiano ha precisato invece che la decisione è stata presa in totale autonomia, nonostante l’orientamento contrario del governo e del ministro della Cultura Alessandro Giuli. Non ha tardato a esprimersi in merito anche il governo ucraino, tramite una severa dichiarazione congiunta della ministra della Cultura Tetyana Berezhna e del ministro degli Esteri Andrii Sybihahanno in cui si legge che: “Dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la Russia ha condotto una guerra sistematica contro la cultura, l’identità e la memoria storica ucraine. Dal 2022, la guerra russa ha causato la morte di 346 artisti e 132 professionisti dei media ucraini e stranieri. La Russia ha distrutto o danneggiato 1.707 siti del patrimonio culturale e 2.503 infrastrutture culturali in Ucraina, 558 dei quali sono stati completamente distrutti. Gli occupanti russi hanno sequestrato illegalmente almeno 35.482 reperti museali, mentre oltre 2,1 milioni di oggetti rimangono nei territori temporaneamente occupati, a rischio di distruzione o di espulsione illegale“.
Anche la vicepresidente esecutiva della Commissione Europea Henna Virkkunen e il commissario Glenn Micallef hanno invitato la Biennale a riconsiderare la propria decisione, minacciando persino di sospendere i finanziamenti europei alla Fondazione La Biennale, mentre 22 paesi europei (tra cui la Lettonia, da cui è partita l’iniziativa, oltre a Francia, Germania e Spagna) hanno firmato una lettera sottolineando come “La cultura non è separata dalle realtà che le società affrontano ma plasma il modo in cui le persone comprendono il mondo, ciò che valorizzano e il modo in cui scelgono di agire. Le istituzioni culturali, pertanto, non hanno soltanto una rilevanza artistica, ma anche una responsabilità morale“.
In attesa di una risposta che potrebbe mettere in difficoltà la presidenza di Buttafuoco, sulla pagina web della Biennale si legge che ogni Paese riconosciuto dalla Repubblica Italiana, qualora sia proprietario di un Padiglione ai Giardini (come la Russia) può autonomamente scegliere di partecipare e che “La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte“. Nel mondo dell’arte, a farsi sentire a gran voce è stato il collettivo dissidente russo Pussy Riot che, in un comunicato diffuso su Instagram, ha promesso azioni di protesta (già nel 2012 era stata organizzata una contestazione nel padiglione russo a seguito dell’incarcerazione di alcune attiviste del gruppo) spiegando come: “Il padiglione russo non è un’ambasciata: non è territorio sovrano e non ha status diplomatico. Ciò significa che il governo italiano, le autorità di Venezia e la Biennale stessa possono dire ‘no’ alla Russia, se lo desiderano. Se la Russia partecipa alla Biennale, significa che si tratta di una decisione politica dell’Italia“.




















