"La scelta di Barbara", di Christian Petzold

Barbara è un medico, scrupoloso e sensibile. E una donna, scrupolosa e sentimentalmente asciutta. Agile e impermeabile. Germania, tardi Anni 70. Dopo aver chiesto un visto per varcare il Muro, la dottoressa è stata punita con il trasferimento da Berlino alla provincia rurale: un verde continuo e squillante ammorbidito dalla luce calda del mattino e percorso da sferzanti venti notturni. «Se avesse 6 anni potresti dire che è imbronciata»: così un poliziotto della Stasi osservando dalla finestra questa sua nuova sorvegliata. Inquadrata dall’alto, corpo rigido anche se adagiato su una panchina, Barbara è l’attrice metodica di un teatro apparentemente vuoto, in realtà puntellato di spettatori/maschere/aguzzini. Afferma la sua presenza inerte eppure netta, emotivamente inintelligibile ed epidermicamente nervosa. I capelli raccolti in uno chignon meticoloso che lascia scivolare riccioli biondi sul volto senza intaccare mai il rettangolo dello sguardo, fuma sigarette d’importazione nel cortile dell’ospedale cui è stata assegnata.

In una Ddr cromaticamente accattivante, vivida di dettagli climatici e paesaggistici, il controllo inflessibile e il sospetto incondizionato trovano albergo – silenzioso e inquieto – negli occhi grandi e pieni di Nina Hoss. Volto e corpo del cinema di Christian Petzold, la sua Barbara si muove come una mosca in un bicchiere eccezionalmente arioso ma ininterrottamente scrutato. Quando si posa sugli oggetti – il sellino della bicicletta, il letto bianco di un hotel, il sedile dell’auto che le offre un passaggio a casa – avverti la transitorietà del suo stare, l’istinto della diffidenza. E se i piedi scattano al minimo rumore di pneumatici sull’acciottolato, lo sguardo è un lago che riflette contrazioni e scioglimenti acquosi come di ghiacciai. Occhi liquidi, termometro di quella paura che s’introduce nel nuovo, mesto appartamento non senza bussare – e il campanello che annuncia la perquisizione corporale, lasciata sempre fuori campo, è un gracchiare disturbante, una violenza uditiva e fisica sullo spettatore. Non c’è genere cinematografico che possa contenere questa corda tesa – mai allo spasimo -, e Petzold gira un thriller psicologico che innesca riflessioni sulla Storia recente scavando solchi nelle tue persecuzioni personali, intime. Cuce dissertazioni sugli inganni dell’arte nel tessuto sistematicamente menzognero della prossimità.

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Perché quando la distanza tra uomini/maschere si assottiglia, l’ansia del tradimento si condensa. Il regista la inocula in un dipinto di Rembrandt come in un cesto di ortaggi. Lavora di fino sui particolari senza negare mai il primo piano all’essenziale. Così cogliendo ogni battito di ciglia della Hoss, le pupille concentrate sull’esattezza dei gesti più che sulla suggestione dei racconti. Imperturbabile, schiva eppure affezionata ai suoi giovani pazienti, tanto da sacrificare la sua liberazione per una ragazza madre che deve fuggire. Che la prigione di Barbara possa aprirsi a nuovi aliti di libertà è scritto anche nella canzone sui titoli di coda. At Least, I Am Free.

Titolo originale: Barbara

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Regia: Christian Petzold 
Interpreti: Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Rainer Bock, Jasna Fritzi Bauer, Kirsten Block
Origine: Germania, 2012
Distribuzione: Bim
Durata: 105'

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