La scuola cattolica, di Stefano Mordini

Fuori Concorso a #Venezia78, l’adattamento del romanzo di Albinati fallisce sia come riflessione sulla violenza delle istituzioni che come rievocazione dei fatti violenti del massacro del Circeo

La rappresentazione, non solo al cinema e nella serialità di questa generazione, delle storie che prendono spunto dai casi reali di cronaca ha subito negli ultimi anni uno scarto decisivo, nel canone e nel linguaggio, che in Italia ha proprio nell’uscita in libreria di un’opera orgogliosamente spuria come La scuola cattolica di Edoardo Albinati uno dei passaggi fondamentali. Stefano Mordini e il suo team di sceneggiatori (Massimo Gaudioso, Luca Infascelli, e lo stesso regista) affrontano la sfida difficilissima di gestire da una parte il materiale debordante del romanzo di Albinati e dall’altra il racconto nerissimo dei fatti del Circeo, ma sembrano da subito incerti sulla strada da percorrere, se muoversi in direzione di una narrazione blandamente vicina ai formati “generazionali” del presente, seppur in chiave seventies, oppure se legarsi alla formula a tesi per seguire la spietata parabola che porterà al “massacro” del 1975.
L’intento è quello di mettere in luce come le strette maglie dell’educazione delle Istituzioni, chiesa scuola famiglia, contribuiscano a forgiare una mascolinità frustrata, compressa, violentemente anempatica, cameratesca e prevaricatrice: un percorso che lega l’ultimo film di Mordini a questa esplorazione contemporanea del lato oscuro e irrisolto della dimensione scolastica che in Italia va recentemente da Andrea De Sica (I figli della notte) a Favolacce passando appunto dalle serie italoteen di Netflix (e forse anche da Il collegio su Raidue…). Prodotti legati da una evidente e reiterata assenza della dimensione politica – nelle vite di questi ragazzi ma anche nel tono della riflessione delle opere stesse – che in La scuola cattolica si fa buco imperdonabile, e scelta di “sospensione” difficilmente difendibile: le vicende di Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido parlano la lingua del conflitto ideologico che è trama decisiva della storia d’Italia, impossibile da espungere dalla rievocazione della decisione di questi rampolli altoborghesi di scagliarsi contro due ragazze “proletarie” dell’allora periferia romana.

Il film non attraversa né sa far dialogare la città con le traiettorie dei suoi tanti personaggi, un pezzo di Battisti intonato in coro in auto è un tentativo davvero troppo grossolano per geolocalizzare – temporalmente e politicamente (i “boschi di braccia tese”…) – la vicenda.
In questa maniera Mordini disinnesca colpevolmente lo shock della sezione dedicata all’effettiva ricostruzione delle lunghe ore di sevizie e abusi praticati sui corpi di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, rischiando di vanificare le performance delle interpreti Benedetta Porcaroli e Federica Torchetti, che avrebbero probabilmente meritato un’altra cura e attenzione registica. Non va molto meglio per l’intero impianto delle vicende incrociate dei compagni di classe di Albinati, figli problematici, genitori assenti, segreti e tragedie familiari, che si disperde in una quantità di rivoli appena accennati alla ricerca di simmetrie esibite di rituali, sangue e prevaricazioni, cadendo in sottolineature fin troppo ridondanti (la sconfortante lezione su aguzzini e vittime del professor Golgota di Fabrizio Gifuni).

La sensazione è che qualsiasi approfondimento (di tematiche, di personaggi, di racconto) sia stato ben presto abbandonato a favore di una attenzione verso l’incastro – i giochi temporali e i simboli ritornanti della struttura del film – che tenta di nascondere il timore dell’ingolfamento attraverso il ricorso ad una voce narrante che si infila davvero in ogni respiro possibile dell’immagine.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (5 voti)
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