"La spina del diavolo", di Guillermo Del Toro

Ambientato sul finire dalla guerra civile spagnola, il film di Del Toro rappresenta una parabola di formazione macabro-fiabesca in cui i vivi fanno più paura dei fantasmi.

Spagna, 1939: mentre l'Europa è scossa da venti di guerra, nel paese si sentono le ultime eco della guerra civile, prima della definitiva vittoria franchista. L'istituto di Santa Lucia accoglie i figli dei repubblicani abbandonati, ma al suo interno un dedalo di relazioni violente tiene in ostaggio le quattro figure di riferimento – Carmen, la direttrice, Casares, un attempato insegnante, Conchita, la giovane maestra, e Jacinto, il burbero tuttofare. Intanto Carlos, dodicenne appena accolto, entra in conflitto con Jaime, bullo dal carattere difficile: ma Carlos sembra anche essere l'unico capace di vedere il fantasma che si aggira nelle cantine dell'edificio, un particolare che porta all'esplosione di istinti a lungo sopiti. Guillermo Del Toro parte dall'analisi politica, vira verso il fantastico e lo utilizza per raccontare qualcosa dell'animo umano. Non si tratta di un percorso nuovo, né sfruttato particolarmente a fondo, ma l'essenzialità dell'esecuzione e l'entusiasmo viscerale nella narrazione trasformano La spina del diavolo in un piccolo gioiello dimenticato. Il film ha infatti quel sapore acre e consueto delle metafore raccontate in forma di fiaba, in cui la semplicità dello sfondo è solo lo specchio di profondità ben più inquietanti. L'ambientazione claustrofobica, tutta conchiusa all'interno delle mura dell'istituto, circondato da una pianura desertica arsa dal sole, rimanda all'isolamento della Spagna dell'epoca. E il microcosmo delle figure che lo popolano si adatta al clima di guerra intestina vissuto dagli spagnoli. A soccombere, sotto la pressione di oro e potere (declinato nella forma delle prevaricazioni sessuali), è l'innocenza della libertà. La spina del diavolo è uno dei tentativi più intimi del cinema di Del Toro: prosegue il cammino oscuro preconizzato da Cronos e Mimic, prevenendo al contempo le divertenti divagazioni mainstream successive (Blade 2, Hellboy). Per questo è un film intrinsecamente debole, schiacciato tra un guizzo di autorialità non convincente e un impulso al cinema di genere mai rinnegato. Ma dalla sua ha la forza della passione, traboccante da ogni inquadratura, quella gioia del mostrarsi che non teme sguardi smaliziati. Il che non significa distogliere lo sguardo dai difetti (una certa prevedibilità dell'intreccio, ad esempio, esasperata dal dazio pagato verso i cliché delle storie di fantasmi), quanto piuttosto apprezzarne la carica emotiva nel descrivere il diradarsi di quella perturbante zona grigia che si chiama infanzia.

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Titolo originale: El espinazo del diablo


Regia: Guillermo Del Toro


Interpreti: Marisa Paredes, Eduardo Noriega, Federico Luppi, Irene Visedo, Fernando Tielve, Íñigo Garcés


Distribuzione: Moviemax


Durata: 106'


Origine: Spagna/Messico, 2001


 

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