"La sposa promessa", di Rama Burshtein

la sposa promessa

La Bursthein disegna sul volto incantevole della sua Shira il chiaroscuro permanente della paura e del desiderio, la staglia in controluce su uno sfondo indistinto, per poi riportare quello sfondo a tutta la sua densità materica, cupa, ossessiva, persino minacciosa. Hadas Yaron Coppa Volpi come miglior attrice al 69° Festival di Venezia

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fill the voidÈ solo una questione di sentimenti. Dall’alto della sua autorità e saggezza, il rabbino ribatte così alla giovane Shira, che sta giustificando la sua volontà di sposarsi con l’intenzione di fare la cosa migliore per tutti. Anche quando si tratta di far coincidere le proprie scelte con le pressioni dell’ambiente, è sempre di sentimenti, emozioni, paure e desideri che si tratta. Probabilmente ciò che colpisce a primo impatto di questo La sposa promessa è la sua capacità di entrare nei meandri di un ambiente oscuro, chiuso. E in effetti, per il modo in cui Rama Bursthein, al suo primo lungometraggio, riprende i rituali, le abitudini del mondo da cui proviene, sembra di assistere a una testimonianza in presa diretta sull’ortodossia ebraica. Tutt’al più filtrata attraverso una percezione magica, per cui i riti e i costumi assumono una potenza evocativa affascinante (la scena della circoncisione è da brividi).

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Ma, in realtà, a riprova delle parole del rabbino, La sposa promessa è un film sui sentimenti, a livello più profondo o superficiale se si vuole. Un dramma da camera sospeso tra il peso schiacciante del dentro e la vaga percezione di un fuori, sul rapporto critico tra l’individuo e il gruppo, tra la ricerca della propria strada e la fedeltà alla tradizione, tra la fuga e il centro, l’eccezione e la regola. Ma soprattutto un film d’amore.

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Siamo nella comunità cassidica ortodossa di Tel Aviv. La diciottenne Shira è in età da marito e la cosa sembra ormai combinata. C’è un suo coetaneo e le famiglie sono d’accordo. Ma durante la festa del Purim, Esther, la sorella maggiore, muore dando alla luce il primo figlio. Per il marito Yochay si apre, allora, la prospettiva di un secondo matrimonio. Perché non proporre proprio Shira?

Ecco, la Bursthein disegna sul volto incantevole della sua Shira (Hadas Yaron, Coppa Volpi come miglior attrice al 69° Festival di Venezia) il chiaroscuro permanente della paura e del desiderio, la staglia in controluce su uno sfondo indistinto, per poi riportare quello sfondo a tutta la sua densità materica, cupa, ossessiva, persino minacciosa. Nella scena del matrimonio, al candore tremante di Shira si contrappone l’inquietante incedere della massa scura degli uomini che ballano e cantano. Ed è come se tutt’a un tratto, la Bursthein volesse cambiare direzione di marcia, invertisse la polarità lungo la quale finora aveva condotto il film. Una ragazza istintivamente ‘dominante’ nel condurre il gioco dell’amore, consapevole quanto meno della precarietà dei propri desideri, della sostanza mutevole dei suoi sentimenti, si scopre alla corda, si ritrova schiacciata alla parete con gli occhi atterriti. Cut. Nero più cupo. E adesso, cosa succede? Il lieto fine di una storia d’amore, come sempre, apre una voragine buia, inconoscibile. L’amore non predice. Non vede, semmai acceca. Ci scopre muti, indifesi, prede della sua fame.

 

Titolo originale: Lemale et ha'halal (Fill the Void)

Regia: Rama Bursthein

Interpreti: Hadas Yaron, Hila Feldman, Razia Israeli, Yiftach Klein, Renana Raz,  Michael David Weigl, Yael Tal.

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 90'

Origine: Israele, 2012

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