La terra dei figli, di Claudio Cupellini

Dal graphic novel di Gipi, Cupellini costruisce una riflessione autoriale, più vicina allo slow cinema che al genere puro, sul senso di annullare il passato per non avvelenare ancora il futuro

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Non esiste futuro possibile nella terra dei figli, e questo è innanzitutto perché non esiste più il passato, se non nelle parole annotate sul diario da un padre, che però nessuno sa più leggere, o si rifiuta di farlo senza nulla in cambio: dal graphic novel di Gipi, Cupellini mutua soprattutto la centralità di una questione fondamentale dei nostri tempi, la possibilità di cancellare e riscrivere il passato per una generazione costretta a viverne esclusivamente le conseguenze, che hanno assunto la forma di un presente immobile.
L’incipit esplicita da subito che il regista e il suo abituale dop Gergely Pohárnok, qui obiettivamente formidabile, vogliono immergere le immagini del film nella stessa dissoluzione capitata ai linguaggi di questa epoca post-(apocalittica?), in cui le idee e le loro rappresentazioni materiali non hanno più alcuna storia a cui appoggiarsi: e così la controllatissima compostezza formale tiene insieme le linee di un fumetto, le traiettorie di uno young adult essiccato, e l’eco di una certa serialità avventurosa survival, senza mai cedere alla tentazione dell’ammiccamento pop, o di genere (per quanto lo spettatore cinefilo non possa rinunciare a riconoscere i numerosi riferimenti ai classici distopici disseminati lungo la visione).

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E’ un’impresa ambiziosa, quella di La terra dei figli, lo rivela il tempo che Cupellini si prende per darci queste coordinate sospese, nebbiose, da cui vengono alla luce questi personaggi ancestrali, che i segni di quanto è successo a questa laguna avvelenata li portano addosso, sui volti consumati e sui corpi malconci. Come in ogni fiaba di fantascienza filosofica che si rispetti, la metafora principale passa per il senso della vista, tra personaggi non vedenti o pesantemente mascherati sugli occhi, e il nostro giovane protagonista che non vede intorno a sé alcuna manifestazione della Fine, essendoci nato dentro. Gli si apriranno appunto gli occhi nel corso della sua piccola odissea alla ricerca di qualcuno che possa fargli riascoltare la voce del padre. Una serie di incontri ai confini della disumanità, tappe di un viaggio che dalle secche del lago finisce nei silos arrugginiti di una fabbrica, allegoria dai toni che quasi fanno pensare a Matteo Garrone, forse il vero punto di riferimento “alto” inevitabile del cinema fantastico italiano contemporaneo.

Il rischio, come sempre nelle opere di Cupellini, è quello di una esagerata razionalizzazione della materia, che finisce così per essere eccessivamente decompressa: ma in questo caso l’afflato si traduce in un azzardo dal respiro ampio, per quanto non sempre bilanciatissimo, che ha il fascino potente più vicino a un Sicilian Ghost Story che a un Curon, per capirci, con una forte impronta autoriale internazionale, quasi da slow cinema esteuropeo o filippino.
Come appunto nel cinema di Garrone, la scintilla vitale la fanno scoccare gli interpreti nascosti/esposti sotto le maschere (i protagonisti Leon de la Vallée e Maria Roveran sono gli unici “senza maschera”, che vanno conquistandosi le proprie divise lungo il corso della vicenda, ed è letteralmente “smascherandosi” che il personaggio di Valerio Mastandrea farà la differenza): a Valeria Golino, Fabrizio Ferracane e Paolo Pierobon è lasciato il compito di rendere credibile sin da subito l’universo in cui lo spettatore viene catapultato, e la maniera, ora fragile ora feroce, ora dolce ora disperata, con cui si fanno incarnazione di creature dalla statura mitologica, setta il livello della vibrazione sul pelo dell’acqua su cui si agita tutta l’inquieta parabola del film.

Regia: Claudio Cupellini
Interpreti: Valerio Mastandrea, Valeria Golino, Fabrizio Ferracane, Maria Roveran, Paolo Pierobon, Maurizio Donadoni, Franco Ravera, Camillo Acanfora, Michelangelo Dalisi, Leon De La Vallée
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 121′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (6 voti)
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