La terra dell’abbastanza. Incontro con i Fratelli D’Innocenzo

Presentato alla 68° edizione della Berlinale e nelle sale dal 7 giugno, La terra dell’abbastanza, in questi tre mesi ha già fatto parlare di sé, riscuotendo un notevole successo di critica. Scritto e diretto dai Fratelli D’Innocenzo (Fabio e Damiano, classe 1988) l’esordio alla regia dei due ragazzi romani è interpretato da Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, rispettivamente Manolo e Mirko che dopo aver investito un uomo decidono di scappare, dando il via ad una serie di inarrestabili conseguenze.

La terra dell’abbastanza. È Fabio a spiegare ai giornalisti romani il perché di questo titolo, anche se lo fa controvoglia: “Per noi questo è un titolo democratico, è un titolo che deve rimanere ampio, che deve dare respiro al film, al quale quindi non vorrei dare una risposta concreta e chiusa, anche se noi ovviamente sappiamo perché lo abbiamo scelto. Ma è un titolo a cui ogni spettatore deve poter dare un significato diverso, una lettura personale di questo “abbastanza”. In ogni caso, immagino che io debba spiegare il perché. Per noi questa terra dell’abbastanza è un luogo grigio, una parentesi limbale, un posto in cui non si ha così poco da rimboccarsi le maniche e costruire qualcosa, sia individualmente che collettivamente, ma al contempo si possiede solo ciò che è abbastanza per accontentarsi e vivere in mezzo, in un limbo appunto. Ci accontentiamo di determinati e folli status symbol, questo anche perché siamo cresciuti in un ventennio assurdo che è stato quello del berlusconismo, dei valori sballati. Quindi si, diciamo che questo per noi era l’abbastanza.

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Mirko e Manolo sono due giovanissimi ragazzi, e come ci spiega ancora Fabio, insieme a Damiano loro hanno voluto raccontare l’adolescenza dando effettivamente luce a un racconto, drammatico, di formazione: Abbiamo girato a Ponte di Nona, a Roma Est” continua Damiano “perché è una periferia che si sposa con la nostra storia. È una periferia che ha qualcosa di magico, qualcosa come un incrocio fra Pasolini e Tim Burton, con le casine colorate ma anche un po’ fatiscenti”.

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Manca all’appello Andrea Carpenzano ma c’è Matteo Olivetti in sala, che racconta del primo provino durato 17 minuti, dove ha fatto tutto quello che i due Fratelli gli chiedevano di fare. “Mirko poi l’ho caratterizzato piano piano, è cresciuto dentro di me, e le scene a cui ho lavorato di più sono quelle più importanti con gli adulti”.

Gli adulti del film sono nomi più noti come quello di Max Tortora nei panni di Danilo, padre di Manolo e quello di Milena Mancini che interpreta Alessia, la mamma di Mirko. Entrambi i personaggi nella loro passività di fronte alla vicenda dei figli contribuiscono a creare una fatale aria di immobilità, che non viene mai additata come una colpa, né risolta con una morale: “Io ovviamente quando scelgo un personaggio parto dalla scrittura” racconta Max Tortora “e il personaggio di Danilo l’ho sentito vibrare subito dentro, e quindi l’ho restituito come lo sentivo, in un modo compassionevole, perché è uno che non ha colpe, sta lì e se gli fosse data la possibilità rifarebbe tutto nell’esatto modo in cui già l’ha fatto.”
“La mia parte”
continua “è poco montata. Questo è il modo di lavorare che preferisco,  con un piano sequenza mentale. Al montaggio purtroppo certi tempi recitativi si perdono inevitabilmente
Il personaggio di Danilo, pur avendo un ruolo cardine nella storia, compare in poche scene, molte meno rispetto a quelle in cui vediamo Alessia, poiché il personaggio di Mirko ad un certo punto prende il sopravvento: “Ho costruito il mio personaggio lavorando con Matteo già dal primo provino. Con l’aiuto dei Fratelli D’Innocenzo (che sono due ma vi assicuro che sul set pensano come un’ unica entità) ho immaginato Alessia come una madre giovane che ha avuto Mirko molto presto, e che quindi è una madre amica e soprattutto è impotente di fronte alla vita e alle occasioni che le si presentano”.

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Colpiscono all’occhio altri nomi noti, nomi nel cast tecnico che non ci si aspetta di trovare in un film di esordio.  “Le scelte sono state sempre condivise con i produttori” spiega Damiano. “Spesso c’è questa diceria che in un’opera prima bisogna circondarsi di persone con cui crescere assieme, diceria data dall’equivoco che un maestro possa prendere il film e farlo suo. Ma se tu hai le idee chiare questo non può accadere.  Noi abbiamo scelto i nostri maestri perché volevamo rubare dai più bravi, per esempio abbiamo preso alla scenografia Paolo Bonfini che è un maestro, Paolo Carnera alla fotografia, Maricetta Lombardo al suono. Sono tutti maestri da cui volevamo rubare, con gli occhi, con le mani, con gli abbracci. Se hai una visione molto chiara di quello che vuoi raccontare circondati dei più bravi e andrai solo più avanti. Non perdi l’idea se ce l’hai chiara dentro di te.

A sostenere questa visione chiara ci sono dei produttori e una distribuzione che fin dal primo incontro con lo script ha deciso subito di sostenere i Fratelli, colti di un amore a prima vista. Agostino e Giuseppe Saccà parlano di una sceneggiatura nella quale salta subito all’occhio l’idea di base e raccontano che il noto cast tecnico ha deciso di lavorare al progetto a meno della solita paga.  “Ad un certo punto” racconta Giuseppe Saccà “Paolo Carnera sul set ha detto di smetterla di chiamarli ragazzi, perché eravamo al cospetto di due registi. Noi abbiamo scovato dei registi, nel copione era evidente già tutta la visione di insieme
Ed è folle” aggiunge Agostino Sacca “che questa sceneggiatura sia girata per 3 anni e nessuno si sia accorto della sua portata.

Io difendo l’espressione ragazzi invece” dice Paola Malanga di Rai Cinema, “perché si intuisce che dietro ci sono due ragazzi e questo è importante. Non hanno girato niente prima, ma sono appassionati di poesia di fotografia. E questo è importantissimo perché il cinema non si deve mai chiudere al cinema. Loro sono due aspiranti registi che si nutrono anche di quello che c’è nel mondo reale e questo si avverte. Riceviamo tantissime proposte abbastanza interessanti che però mancano sempre di qualcosa. Lo script dei D’Innocenzo ha unito produttori e cast tecnico, e ci tengo a dire che questo è un esordio che si inserisce perfettamente nel panorama di un cinema italiano che sta cambiando. Ricordiamoci che questi due ragazzi compaiono nei titoli di coda di Dogman (ndr come collaboratori alla sceneggiatura)
Aldo Lemme della Adler ha concluso la conferenza dichiarando anche lui il suo amore: “Questo è il primo film italiano che distribuiamo e quando mi è stato proposto la prima cosa che ho pensato è che non avrebbe avuto una vita remunerativa facile. E mentre lo pensavo ho capito che assolutamente non poteva distribuirlo nessun altro, che volevo distribuirlo io e che non avrei cambiato nulla.