LA TERRA DELL’ABBASTANZA. SentieriSelvaggi intervista i fratelli D’Innocenzo

In uscita nelle sale il 7 giugno, La terra dell’abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo aveva già fatto parlare di sé alla Berlinale e più di recente è stato presentato in anteprima anche a Roma, Firenze, Milano e Torino. Opera prima dei fratelli 29enni, il film racconta la tormentata amicizia di due giovani romani e la loro inarrestabile caduta in seguito alla scelta della via più facile. Infatti, Manolo e Mirko investono per sbaglio un esponente della mala e decidono di prendersene il merito per entrare nel giro e arricchirsi rapidamente. Ma il vortice di menzogne e violenza li risucchierà e presto dovranno fare i conti con le conseguenze di quell’atto. Ne abbiamo parlato con gli autori.

Da quale idea o immagine siete partiti per il soggetto?

Fabio: Siamo partiti da titolo, che ci sembrava fornisse un immaginario già sufficientemente ampio. Poi dall’immagine di questi due ragazzi seduti in macchina, mentre mangiano un kebab e discutono delle loro vite. Il film poteva essere anche solo quello e in dieci pagine avevamo il loro background. Non abbiamo preparato scalette e il resto si è scritto un po’ da solo, tanto che noi eravamo quasi degli scribacchini. Non sapevamo sempre dove la trama ci avrebbe portato e soltanto a posteriori ci siamo resi conto che la sceneggiatura era molto inquadrata, incredibilmente ben strutturata.

Damiano: Ci interessava raccontare l’amicizia, non tanto fare un film di genere che invece spesso tende a mortificare la riflessione su argomenti che riguardano più direttamente i rapporti umani. I personaggi vivono qualcosa che abbiamo un po’ anche noi due, ma ovviamente è tutto sublimato.

Come siete arrivati a questo esordio?

Damiano: Da giovanissimi avevamo venduto una sceneggiatura che è stata girata negli Stati Uniti col titolo Two Days, ma il nostro lavoro è stato ribaltato e il risultato finale è tremendo. Rivisto qualche tempo fa in televisione, col doppiaggio, ci è parso persino ilare. Da quel momento abbiamo deciso di scrivere sempre pensando se saremo noi i registi oppure no perché questa situazione non potesse riproporsi. Ma abbiamo continuato a scrivere per tanti (anche come ghostwriters, senza firmare il credito) e a parlare con tutti, da Garrone a Sorrentino a Guadagnino. Sono cinema diversi ma non così diversi e ai nostri occhi c’è come un filo rosso che li collega, che ce li fa sentire vicini. Inoltre, per noi la pratica di fare film è molto concreta e non abbiamo paura di sporcarci le mani. Chi studia nelle accademie, invece, ha spesso soggezione dell’industria. Bisogna scrivere ogni giorno, vedere il lavoro degli altri e conoscere gli attori, soprattutto quelli teatrali.

Cosa vi ha colpito degli attori che avete scelto?

Fabio: Andrea [Carpenzano] lo abbiamo preso subito, al primo giorno di provini, alzando l’asticella in vista della ricerca del partner. Infatti, molti non avevano il giusto cromatismo, erano troppo granitici e scontati. Poi si è presentato Matteo [Olivetti], che era al suo primo provino ed era apparentemente troppo vecchio per la parte ma che ci colpì per la sua aria un po’ naif. L’incontro è durato 17 minuti, gli abbiamo messo di fronte degli ostacoli e lui è stato meravigliosamente imperfetto. Quel volto ha qualcosa di femminile, di fanciullesco, che lo rende tenero e non mostra la solita periferia sporca e cattiva. Per fare un film di morte, bisogna partire da un raggio di luce.

Molti film italiani recenti sono ambientati nella periferia romana. Cosa li distingue?

Fabio: La differenza sostanziale è che se vieni da Prati è chiaro che il tuo sguardo sarà romanticizzato. Film come Cuori puri sono bellissimi ma partono spesso da spunti macchiettistici e noi abbiamo cercato di evitare quella patina di finzione che ci infastidiva. Caligari è un genio e noi ci siamo trovati in difficoltà nel confronto perché quando è uscito Non essere cattivo avevamo già scritto il nostro e abbiamo dovuto subire degli slittamenti produttivi. Ci dicevano che dopo quella prova sarebbe stato difficile lasciare un segno con una storia così simile.

Il titolo internazionale, Boys Cry, lo avete scelto voi o vi è stato imposto?

Damiano: Lo ha proposto Fabio dopo aver visto la copertina di un album intitolato Boys don’t Cry. Ci siamo chiesti perché persista questo avvilente status-symbol dell’uomo che non piange mai. Una stupidaggine. E poi abbiamo fatto molti tentativi ma la traduzione letterale era oscena.