La timidezza delle chiome, di Valentina Bertani

Bell’esordio al lungometraggio tra fiction e documentario, seguendo per cinque anni due gemelli omozigoti seminando discrezione e raccogliendo integrazione. Giornate degli Autori. Notti Veneziane.

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Quando la mdp punta dal basso verso l’alto a riprendere le chiome degli alberi sotto cui i protagonisti trovano riparo, allora hai la sensazione di aver valicato il confine, o quantomeno di averlo avvistato, tra fiction e documentario, proprio come è riuscito alla regista nella suo primo bel lungometraggio, presentato nella sezione Giornate degli Autori – Notti Veneziane. La timidezza delle chiome ha richiesto cinque anni di lavorazione, per seguire la fase di passaggio dall’infanzia alla vita adulta di due gemelli omozigoti di origine ebraiche con disabilità intellettiva. I ventenni Benjamin e Joshua non restano sulla soglia ad aspettare, a lasciare che il mondo passi davanti senza poterlo masticare, assaporare, vivere intensamente. La paura di abbattersi si è trasformata in forza, la forza della caparbietà, della capacità di non mollare mai.

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Il confine si fa ancora più labile, ancor di più quando senti il brulicare della finzione nel reale, quando Valentina Bertani riesce a farsi accettare in una famiglia allargata, praticamente, con uno sguardo che semina discrezione ma allo stesso tempo raccoglie integrazione. Timidamente, appunto, con leggerezza, ma con decisione e passione inconfondibili. Imparare a guidare la macchina, agognare la prima esperienza sessuale, inseguire i sogni, per non restare indietro e vivere pienamente la propria età. La mdp si fa occhio inumidito, la meccanica è superata, quell’occhio si confonde nelle dinamiche volta in volta vissute e la naturalezza in alcuni frangenti addirittura abbonda, eccede.

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Al pari di quegli alberi dell’inquadratura già evidenziata, anche le chiome dei gemelli, vere volte arboree, si sfiorando e si cercano in ogni istante, ma non si toccano necessariamente, andando a comporre un vero mosaico. Non vi è una spiegazione definitiva ed esauriente, e nemmeno pare interessata a cercarla l’autrice. La timidezza delle chiome è una risposta in realtà indotta, e non dedotta, dall’attrito che si sprigiona dal mondo circostante, tra chiome adiacenti. La timidezza delle chiome è però anche una fuga dall’ombra, fuga dall’oppressione quotidiana, cercando una distensione verticale in cui doc e finzione non tendono stavolta ad espandersi e confondersi, bensì perseguono, nello sviluppo di comportamenti o caratteristiche simili, una convergenza evolutiva, disperatamente emotiva.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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Il voto dei lettori
4.19 (16 voti)
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