La tomba delle lucciole, di Isao Takahata

Chi ancora crede che la guerra sia un efficace strumento di libertà e giustizia non ha mai visto Una tomba per le lucciole (traduzione fedele dell’originale “Hotaru no Haka”). Realizzato nel 1988, questo prezioso film d’animazione è ispirato all’omonimo e semi-autobiografico romanzo di Akiyuki Nosaka, nel quale l’autore trasfigurava il proprio dolore per non avere saputo salvare la sorellina durante la Guerra. La storia infatti vede protagonisti due ragazzi, il quattordicenne Seita e la sorellina Setsuko, di quattro anni; sullo sfondo, sempre presente ad ogni snodo narrativo, come invasivo intercalare, è il secondo conflitto mondiale: un vero e proprio terzo personaggio, fonte di angoscia e distruzione, per una storia amarissima, condotta con sapiente maestria da Isao Takahata, regista del celebre serial animato Heidi (1974) e del misconosciuto lungometraggio La grande avventura di Hols (1968).

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Proprio il paragone con Heidi può risultare agevole per meglio inquadrare questo lavoro di Takahata: entrambe le opere narrano infatti di ragazzi in bilico fra l’ideale edenico incarnato da una natura meravigliosa, che apre inediti squarci di poesia nella vita quotidiana, e un mondo tristemente soggiogato dalle regole misantropiche codificate dagli “adulti”. Seita e Setsuko, come Heidi e Peter, scelgono dunque l’autoisolamento nella natura incontaminata per cercare di vivere una vita comunque spensierata, ma la loro odissea sarà meno felice di quella dei progenitori animati. Se, infatti, Heidi costituisce la pars construens del pensiero di Takahata, Una tomba per le lucciole è in tutto e per tutto la pars destruens, dove l’autore dà fondo a tutto il proprio pessimismo, distanziandosi in maniera netta dalle opere dell’amico e collega Hayao Miyazaki, al cui nome è stato sempre, un po’ ingiustamente, subordinato.

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la tomba delle luccioleAttraverso piccoli episodi pregni di significato, Takahata empatizza infatti con il sentimento di rivalsa dei due bambini, smaniosi di non arrendersi agli orrori della guerra e certi di dover sopravvivere senza seguire le regole degli adulti, facendo affidamento sul legame fraterno che li unisce contro ogni avversità. Per questo i due, dopo la morte della madre e un breve periodo trascorso con una zia che li accusa di essere soltanto inutile zavorra, decidono di andare a vivere da soli in una grotta, insieme alle lucciole che tanto adorano e che illuminano di notte lo spazio vuoto della loro improvvisata abitazione. Ma la felicità è illusoria, proprio come la luce dei piccoli insetti, destinati a morire in fretta.

Così la storia imbocca presto una struttura a spirale che vede i due soccombere dinanzi alla denutrizione, ma, soprattutto, dinanzi alla progressiva scomparsa di ogni speranza. L’affrancamento dalla società, infatti, viene compiuto dai ragazzi in prospettiva di un ritorno alla normalità: quindi Seita e Setsuko cercano di sopravvivere felici attendendo quel “domani migliore” rappresentato dal ritorno del padre (un ufficiale di Marina impegnato al fronte) o dalla vittoria del Giappone, garantita dagli implacabili proclami di superiorità dell’Imperatore. Entrambi i desideri, però, sono destinati a infrangersi dinanzi all’ineluttabile realtà. E l’incredulità con la quale Seita apprende la notizia della resa incondizionata del proprio paese è un grave colpo che il regista assesta sul cuore e sulla coscienza degli spettatori odierni, costretti dalla pubblicità a credere sempre alla ragione (e alla propaganda) di stato.

la tomba delle luccioleTakahata, inoltre, non risparmia nulla al suo pubblico, mostrando lo squallore della guerra che è marcire di corpi, accatastati in fosse comuni e poi dati alle fiamme; è continuo terrore sotto i bombardamenti incendiari; è, soprattutto, crollo progressivo delle illusioni e perdita dell’innocenza. Ben presto, infatti, Seita si vede costretto a rubare per procacciarsi il cibo, ma i suoi sforzi risulteranno vani ed entrambi i ragazzi troveranno la morte: Setsuko, addormentandosi serenamente vicino al fratello. Quest’ultimo, invece, come un disperato nella stazione della sua città.

Di fronte a un materiale tanto controverso, Takahata ha saggiamente lavorato di sottrazione, con la sobrietà che gli è propria, senza indugiare troppo sulle situazioni, ma puntando comunque su un meticoloso realismo, che ha portato, per esempio, a non evidenziare in nero i tratti delle figure, bensì in marrone (in modo da renderle meno “cartoonesche”). L’animazione è curata e abile nell’alternare i toni cupi a quelli lieti e ci regala alcune scene poeticamente visionarie (come la scena della parata militare, curata da Hideaki Anno, il regista di Evangelion).

la tomba delle lucciole4Takahata, insomma, ci regala un affresco scomodo e poco conciliante, che non disdegna la brutalità per porre il pubblico giapponese dinanzi alla straziante verità di un conflitto probabilmente non ancora rielaborato intimamente, proprio come il cinema americano si preoccupava di fare nello stesso periodo mediante i vari film sull’odissea della “sporca guerra” vietnamita. Il tema della memoria, infatti, è cardinale nella vicenda, narrata dai fantasmi dei due ragazzi, che finiscono per incarnare una realtà storica rimossa da un Giappone che ha imposto l’oblio del passato alle nuove generazioni a scopo propagandistico. Questa lettura non può comunque nascondere la realtà di una pellicola che ha caratteristiche universali, in grado di urlare con vigore l’ingiustizia di ogni conflitto.

Alla sua uscita nelle sale asiatiche, Una tomba per le lucciole, non fu accettato dal pubblico, anche a causa di un’infelice scelta distributiva che lo portò a essere programmato insieme al più ameno Tonari no Totoro di Miyazaki, costruito a misura di un pubblico infantile. Il tempo però gli ha reso giustizia e oggi il film ha assunto giustamente lo status di classico, tanto che in America è stato definito “un film così commovente e potente che è difficile guardarlo una seconda volta”.

Titolo originale: Hotaru no haka
Regia: Isao Takahata
Distribuzione: Koch Media

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Durata: 90’
Origine: Giappone, 1988