La verità della trincea: i non-eroi di Aleksei German

 La verità della trincea: i non-eroi di Aleksei GermanNel nuovo anno, che ne segue uno denso di perdite importanti (Wakamatsu, Oshima, Angelopoulos, Noboru Ishiguro, Kaneto Shind?, Chris Marker, Paulo Rocha) ci lascia 74 anni il russo Aleksei German, cineasta libero, determinato a rifiutare una visione eroica e nobilitante della guerra e figura scomoda per il regime sovietico.

Autore di cinque opere in bianco e nero, tutte ostacolate dalle autorità: tra cui Proverka na dorogakh (Trial of the Road) del 1971, duramente censurato – al punto tale che il dirigente degli studios Lenfilm pagò con il licenziamento il suo convolgimento nella produzione – e bandito per oltre 15 anni. Solo il sostegno di alcuni intellettuali impedì la distruzione della pellicola, raccontava German in una lunga e affascinante intervista a cuore aperto nel 1988.

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"Una delle accuse che mi sono state fatte è di iperrealismo" spiegava il regista, osteggiato da un sistema burocratico che tentava di occultare la violenza e la crudeltà del combattimento.

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"Che vuol dire? Noi abbiamo mostrato esattamente ciò che accadeva. E se ho mostrato qualcosa di poco comune, è stato un tentativo di catturare la verità della trincea. Chi combatte la guerra doveva essere rappresentato come bello, giovane e ben rasato. Ma dove avrebbero potuto radersi e lavarsi i soldati in trincea? Nelle foto fatte al fronte si è cercato perfino di nascondere un foro nella divisa dei soldati: non si può mostrare un soldato sporco!"

"Era unico" taglia corto Aleksandr Sokurov, commosso, alla notizia della morte di German. "Mio padre ha vissuto la sua vita nella piena dignità, senza mai venire meno ai suoi ideali, senza mai svendersi, nemmeno per vanità. Spero che ci abbia lasciato per un mondo migliore" questo il saluto del figlio.

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Istoriya Arkanarskoy rezni [Aleksei German, 2013?]La morte, per arresto cardiaco, gli ha impedito di completare il suo ultimo lungometraggio, al quale lavorava da lungo tempo: Istoriya Arkanarskoy rezni (History of the Arkanar Massacre) un adattamento di Hard to Be a God, romanzo di fantascienza del '64 di Arkady e Boris Strugatsky, straordinario Medioevo su un pianeta alieno amato anche dal grande Theodore Sturgeon.

Non mancava molto: solo il lavoro sul sonoro. Potremmo vedere il film a Cannes 66 a postproduzione ultimata, presumibilmente portata a termine dal già citato figlio: Aleksei German Jr., regista anche lui (i sorprendenti Garpastum, presentato a Venezia 62, e Paper Soldier, premiato a Venezia 65). Al Lido, si era dichiarato innamorato dell'idealismo della generazione dei suoi genitori.

Nato a Leningrado nel 1938, cresciuto in una famiglia di intellettuali – suo padre è drammaturgo, giornalista e sceneggiatore – Aleksei Yuryevich German sogna di diventare medico, ma studia teatro e cinema. Abbandona presto l'esperienza di diligente studente, rivelandosi un personaggio tutt'altro che disposto a obbedire ai dettami della produzione sovietica dell'epoca.

Khrustalyov, mashinu! [Aleksei German, 1998]Solo cinque film in tutto, dunque, due cosceneggiati con la moglie e collaboratrice, Svetlana Karmalita; ancora piuttosto invisibili – salvo forse il più noto, grazie anche alla coproduzione francese e alla presentazione a Cannes: Khrustalyov, mashinu! (Khrustalyov, My Car!) del 1998, ispirato a un testo del poeta Joseph Brodsky (in Italia, come sempre, lo abbiamo visto grazie a enrico ghezzi e Fuori Orario).

In un'epoca in cui quasi tutto sembra reperibile, grazie anche allo streaming e alle formule on-demand, sembra che tutto ciò che si può ancora scoprire della storia del cinema sia a nostra disposizione. Ma ci sono grandi cineasti ancora poco conosciuti e distribuiti, e tra questi Aleksei German: una riflessione utile, questa, offerta nella primavera di quest'anno dal curatore di War and Remembrance: the films of Aleksei Guerman (il cognome viene semplificato così in lingua inglese) la sua prima retrospettiva completa del Nordamerica, organizzata della prestigiosa Film Society of Lincoln Center a marzo 2012.

Proverka na dorogakh [Aleksei German, 1971] Una produzione che rielabora la grande tradizione letteraria russa, nello spirito di Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Cechov – dal forte impatto pittorico che ricorda i quadri di Brueghel: così James Quandt nel presentare la retrospettiva completa sbarcata poi anche a Toronto, al TIFF Bell Lightbox, a gennaio 2013, con il titolo Frozen Inferno: The Films of Russian Master Alexei Guerman.

In Sedmoy sputnik (The Seventh Companion), del 1967, tratto da un racconto di Boris Lavrenyov, ambientato durante la guerra civile, gli viene affiancato un regista più "esperto", Grigory Aronov. German rifiuterà la paternità esclusiva dell'opera, che non riterrà mai completamente sua. Come Proverka na dorogakh, anche Moy drug Ivan Lapshin (My Friend Ivan Lapshin) diretto nel 1984, influenzato dall'opera poetica di Boris Pasternak, verrà duramente osteggiato dalle autorità russe, che lo censurano.

Dvadtsat dney bez voyny [Aleksei German, 1976] Ciò che indigna maggiormente i suoi nemici, dice il critico russo Anton Dolin in un bellissimo profilo pubblicato su filmcomment, The Strange Case of Russian Maverick Aleksei German, è forse proprio l'umiltà dei suoi personaggi, non-eroi, più che antieroi, un aspetto totalmente assente nei film di guerra sovietici degli anni sessanta e settanta.

E poi la sua radicalità: il misto di brillante sense of humor (soprattutto in Khrustalyov, mashinu!) malinconia, il talento nello sfumare i confini di sogno e realtà, l'uso spregiudicato di attori non professionisti, la capacità di spezzare la linearità della trama, così come la guerra (o la storia stessa) spezzano la vita umana, magari senza che nessuno assista.

Una resistenza alla linearità e un rifiuto dell'eroismo bellico messi in luce anche in un interessante saggio, Time Unfrozen, che analizza alla luce di questi due elementi anche Dvadtsat dney bez voyny (Twenty Days Without War), del 1976. E alcuni elementi di un visionario e irridente simbolismo (che ha evidentemente influenzato anche il cinema del figlio) che non stupiscono da parte di un regista che in un'intervista del 2000 definiva quello di Fellini un cinema realista.

Moy drug Ivan Lapshin [Aleksei German, 1984]E un'umiltà che traspare anche dalle parole del regista: se i critici russi hanno finito per inserire Moy drug Ivan Lapshin nella lista dei dieci migliori film russi di tutti i tempi, accanto a capolavori come Zerkalo e Andrei Rublev di Andrej Tarkovski, sempre nell'88 German ribatteva:  "Personalmente, non credo che il mio film sia migliore di quelli di Tarkovskji. Quello che non si può immaginare, è la quantità di falsi amici che si sono avvicinati a me dopo questa consacrazione".

Qui di seguito, un'anteprima video dall'ultimo Istoriya Arkanarskoy rezni; nella nostra gallery, alcune foto dal set del film e le immagini dagli altri lungometraggi di Aleksei German.

 

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