La vita a modo mio, di Robert Benton

Ci sono film particolarmente indicati per un periodo dell’anno, o per una stagione, come se la loro visione in un preciso momento potesse indirizzare il nostro sguardo verso una forma conciliante o facilmente intuibile, perché già vista, e renderlo in qualche modo malleabile. E poi ci sono film come La vita a modo mio che si travestono da Freddy Krueger o Babbo Natale non tanto per ingannare lo spettatore e attirarlo in un sogno a occhi aperti, quanto per rivelare un’altra faccia della realtà non più autentica rispetto alle altre ma più rara.

Nella storia del sessantenne Sully, interpretato da un Paul Newman fascinoso, che qui si barcamena nel ruolo di padre-nonno-marito inaffidabile, eppure buono nei confronti del prossimo, si percepisce la contraddittorietà di fondo di una commedia sentimentale che non procede spedita verso il “tutti felici e contenti” ma si ferma con i suoi tempi in diverse stazioni senza garantire un arrivo. In questo vagare a volte incerto da una parte all’altra si può riconoscere l’abilità di Robert Benton, qui anche sceneggiatore (il film si basa griffith-nobodys-fool1sull’omonimo romanzo di Richard Russo); ovvero quel suo tratteggiare i caratteri dei personaggi allontanandosi da identificazioni nette e riconducibili a tipologie: non esistono buoni o cattivi o cattivi che alla fine diventano buoni; esiste l’essere umano nella sua complessità, la quale non deve necessariamente essere comprensibile per intero. Nonostante Sully non abbia “fatto buon uso della vita che Dio gli ha dato”, adesso ha la possibilità di rimediare agli sbagli del passato, di ottenere una rivincita parziale su quello che la fortuna finora gli ha negato. C’è in effetti nel film un discorso sotteso e comunque non secondario sulla sorte, su questa dea bendata che sembra condizionare (troppo) la sua vita, quasi non fosse padrone delle sue scelte. In questo senso la sua è una partita aperta – in realtà contro sé stesso – in cui dimostra di essere uno spirito ancora battagliero, in grado di aggiustare il tiro e di risistemare le carte in tavola. Accetta quindi di farsi carico di vecchie responsabilità e si riavvicina alla famiglia ma in modo molto naturale, senza appunto cambiamenti eccessivi; nelle sue azioni nei confronti del figlio che non ha cresciuto o del nipote che a malapena conosce c’è tutto un senso di malinconia e di pentimento, che si trascina dietro in silenzio: anche il sentimentalismo è sempre garbato e giocato con equilibrio. Non mancano poi situazioni divertenti o gag che strappano un sorriso: la scazzottata con un giovane Seymour Hoffman o la fantastica scena in cui una Melanie Griffith non smaliziata si alza il maglione mostrando il seno.

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La vita a modo mio è insomma una favola anomala, un Canto di Natale privato della morale che non pretende di raccontare, preferendo piuttosto puntare la macchina da presa sui personaggi: il burbero datore di lavoro Bruce Willis, verso cui Sully ha un rapporto di amore-odio; l’economico e non proprio di successo avvocato con una gamba sola, Gene Saks; l’amorevole proprietaria di casa Jessica Tandy, scomparsa poco dopo la fine delle riprese e alla quale il film è dedicato. Un’umanità raccolta, che riesce a entrare a pieno titolo nella galleria dei ritratti indimenticabili.

 

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Titolo originale: Nobody’s Fool

Regia: Robert Benton

Interpreti: Paul Newman, Jessica Tandy, Bruce Willis, Melanie Griffith, Gene Saks, Philip Seymour Hoffman

Durata: 110’

Origine: Usa 1994

Sabato 20 maggio, Iris, ore 16:00