La vita straordinaria di David Copperfield, di Armando Iannucci

Il ri-arrangiamento di David Copperfield passa tra le mani del “messia della satira politica”, come l’ha definito la giornalista britannica Christina Patterson

Armando Iannucci, volto noto della comicità inglese, torna su Dickens dopo lo speciale televisivo per la BBC Armando’s Tale of Charles Dickens ripopolando l’Inghilterra vittoriana dell’autore di Oliver Twist con un cast tra i più multietnici visti sul grande schermo.

Ed è forse questa una delle pochissime scelte veramente politiche, verso la nazione della Brexit, che riesce a compiere il geniale autore della critica verso la Russia di Stalin (Morto Stalin, se ne fa un altro) e della guerra in Iraq (In the Loop, che gli valse una nomination ai premi Oscar nel 2010), qui leggermente più spento rispetto al solito.

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La via comica del film su Stalin, che pian piano andava a costruire l’orrore vero e proprio, viene lasciata per strada, o abbozzata, per favorire più un racconto atemporale sulla perseveranza e la ricerca del successo in un mondo pieno di incolpevoli mostri figli della povertà e della rivoluzione industriale.

Ne è un esempio lampante l’utilizzo che fa Iannucci di quello che in assoluto è uno dei personaggi più iconici del romanzo, quel Uriah Heep rifiuto della società borghese, e servo della stessa, che come una vipera striscia tra le falle di un sistema tanto grande quanto fragile per compiere la sua personale scalata e vendetta. Nel film del regista scozzese questo aspetto della caratterizzazione del malfattore non viene ben definito, probabilmente per la grossa mole di personaggi di cui approfondire le storyline, dalla quale vengono omessi alcuni personaggi, scelta presa anche da George Cukor col suo adattamento nel 1935.

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È come se sul palco della sequenza iniziale a raccontarci la loro storia ci siano sia Iannucci che Patel, in un’orazione dove l’immagine diventa ricordo e dove i nostri protagonisti diventano fantasmi, dissolvenze sulle frasi che compongono gli scritti di Dickens.
La narrazione procede per tagli e frammenti, in uno zibaldone che come la cassettina che raccoglie i pensieri del protagonista va a riempirsi sempre di più, trasformando Daisy finalmente in David Copperfield.
La ricerca costante di affermazione scorre per tutto il racconto e tra i mille nomi e nomignoli, finalmente a chiusura di sipario dopo essersi sbracciato e arrabbiato, David sarà riconosciuto col suo vero nome.

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In un’ottica più ampia c’è da considerare che questo aspetto sospeso del film, dove Patel diventa una sorta di narratore fantasma, che manovra i fili dall’alto, invade i piani e sfonda pareti, è la cosa più interessante dell’opera e trasforma l’operazione di Iannucci più in una sorta di elogio a Dickens stesso, tramite la sua opera più autobiografica.
Il mondo di Copperfield è così grande che la modalità migliore per raccontarlo al pubblico sarebbe oggi quella della serialità televisiva seguendo lo stesso Dickens, che a suo tempo lo pubblicò ad episodi sul giornale.
La scelta quindi di sospendere il tutto e tenere aperta ogni porta, era l’unica strada percorribile da Iannucci, che però sceglie di scendere a compromessi col grande pubblico non estremizzando l’operazione e rimanendo nella comfort zone.
Il film pecca così un po’ di brillantezza, ma mantiene momenti dai toni comici, tramite anche lo slapstick, e tutto sommato riesce a mantenersi in piedi con una messa in scena moderna che tiene viva l’attenzione degli spettatori e con le ottime interpretazioni del cast stellare a sua disposizione, che oltre Dev Patel conta nomi del calibro di Tilda Swinton, Hugh Laurie, Ben Wishaw e Peter Capaldi.

Titolo originale: The Personal History of David Copperfield
Regia: Armando Iannucci
Interpreti: Dev Patel, Tilda Swinton, Hugh Laurie, Ben Wishaw, Peter Capaldi
Distribuzione: Lucky Red

Durata: 120′
Origine: USA/UK, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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