La vita, un film noir dopo la "Fine del lavoro"…

Esce finalmente nelle sale il film rivelazione di Venezia. Si può diventare sceneggiatori della propria vita? Solo a rischio di diventare un moderno “Monsieur Verdoux”, trasformando il “tempo vuoto” della vita nel “tempo pieno" del lavoro/finzione

La sorpresa-rivelazione dell’ultima Mostra di Venezia, è opera di un giovane cineasta francese, Laurent Cantet, che aveva già dato prova di sé nel bell’esordio di “Risorse umane”. “L’emploi du temps”(tradotto non senza qualche ambiguità con il titolo “A tempo pieno”) è la risposta del cinema (cioè di chi usa le immagini e i dialoghi come strumenti di narrazione, come creazione di immaginario e non per squallidi comizi ideologici) alla strumentalizzazione delle immagini che i cineasti della pallida sinistra europea continuano a perseguire, da Ken Loach ai nostri, tutti splendidamente sovvenzionati dallo Stato e incapaci minimamente di affrontare il mercato (per poi ridurlo in ridicolo senza provare a capirlo, come fa Loach…ma lì, ripetiamo, siamo dalla parte dei comizi, non del cinema…)
Cantet invece scatena vertigini, fuori e dentro lo schermo. E’ davvero questa l’epoca della “fine del lavoro”? E’ un mondo dove le persone sono ridotte a merce, e dove se perdi il lavoro a quarant’anni o hai appoggi oppure sei perduto? Non così per Vincent, che decide di sovvertire l’ordine costituito non con il disordine, ma con il “proprio ordine”. Perciò, licenziato dalla ditta da dove lavorava da otto anni, letteralmente “s’inventa” un altro lavoro. E’ la versione alla “Monsieur Verdoux” del mito del “fai da te”, o “diventa imprenditore di te stesso” (tra l’altro il film è tratto da un fatto di cronaca dove, contrariamente a quanto accade nel film, il protagonista era anche un assassino). Ed eccolo entrare come un ombra nei corridoi e negli uffici dell’Onu, a studiare la parte, attore/sceneggiatore della propria vita, che altri vorrebbero invece decidere da che parte debba andare. Vincent non è un rivoluzionario, né un sovversivo. Al contrario vestito da dirigente è perfettamente integrato e quasi “scompare” nei meandri degli uffici delle ONG o nei grandi Hotel da convegni. Ed è credibile quando così può proporre a vecchi amici un bell’investimento, del tutto inventato ma che gli serve – come confesserà egli stesso a Jean-Michel, il vero furfante che gli diventerà amico e che lo ha scoperto – a “prendere tempo”. Ed è proprio il tempo l’elemento centrale di questo film sin dal titolo. Tempo perso, tempo smarrito, tempo vuoto. Vincent passa il suo tempo lontano dalla famiglia che adora, nella bella casa messa su con tante fatiche. Ma non dilapida i suoi denari, anzi dorme e mangia in macchina e fa una vita spartana. Deve inventarsi una vita e per farlo studia e si prepara ed entra talmente nel personaggio che quando il padre osa criticare il ruolo delle ONG per aiutare i paesi africani, ha uno scatto d’ira e si offende sul serio. Come se il suo ruolo di attore/sceneggiatore della propria vita fosse in qualche modo messo in discussione.

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“A tempo pieno” è un film complesso, che ci racconta di quello che oggi è necessario per vivere e adattarsi ai bisogni dei nostri tempi. E ai meccanismi sociali e produttivi di oggi. Ma lo fa non celebrando le gesta eroiche o drammatiche di un uomo che ha perduto il lavoro, o facendo sociologia politica. Ma invece con un perfetto film noir, scandito dai movimenti in auto di Vincent, con i suoi ritorni a casa nel weekend, dove ritrova la moglie che qualcosa sospetta e ha forse intuito, ma che anch’ella preferisce accettare così com’è, vuoi per fiducia o per disperazione. Viaggio nel cinema della vita (chi di noi non è costretto ogni giorno a inventarsi un personaggio?), “L’emploi du temp” si lascia trasportare dalla menzogna del reale, al punto che Vincent, la moglie i figli e noi stessi ammiriamo il suo nuovo statuto di dirigente presso una sede svizzera dell’ONU. E quando, grazie al ladro vero (interpretato da quel Serge Livrozet la cui vita è davvero un gran film, tra carcere, esercito, pubblicità, anarchismo e rivolta teorica carceraria con Foucault, ecc…) Vincent è costretto a raccontare cosa sta facendo, immediatamente ne scorge il non senso, e trova un attimo di pausa e rilassamento proprio facendo il “vero farabutto”, complice di Jean Michel in piccoli loschi traffici.
Adeguarsi al mondo assurdo e folle di oggi sembra dover richiedere un livello d’immaginazione, creatività e imprenditoria “esistenziale”, che raccontata pare assurda, ma che molti ogni giorno sono costretti a praticare nella vita quotidiana. Quella di Vincent è una “mascherata totale”, e perciò alla lunga, si nota. E alla fine la rivolta viene placata non con l’arresto o la fine disperata e drammatica (come nella “realtà” della cronaca) ma con un ritorno ai meccanismi di accettazione di modi, forme e tempi di lavoro che l’inserimento nella società del padre gli permetterà. E un Vincent umiliato e assecondato dovrà rimettersi in moto per il suo standard borghese di vita, alle condizioni imposte da altri. Alla fine “L’emploi du temps” non è un film contro il lavoro ma contro “questo” lavoro. Non è un film contro la vita, ma contro “questa” vita.
“Ho la testa vuota. Guardo la gente intorno a me, le persone con cui sono tenuto a lavorare. E non vedo altro che dei volti perfettamente estranei. E’ come un momento di assenza…”

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