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La voce di Hind Rajab, di Kaouther Ben Hania

La struttura che sorregge l’uso delle registrazioni reali che evocano la voce della piccola Hind racconta anche il destino delle immagini nella nostra epoca di “panopticontent”

La voce di Hind Rajab pone una riflessione per certi versi vicina all’incredibile film di Kathryn Bigelow, A House of Dynamite, riguardo al destino delle immagini nella nostra epoca: Bigelow costruisce l’intero dispositivo del suo titolo Netflix come svelamento continuo di cosa ci sia dall’altra parte dello schermo, delle videochiamate con la videocamera spenta che puntellano i mille briefing di cui è fatta l’opera. “Questa è la realtà”, si ripete spesso lì, quando di volta in volta scopriamo la porzione di mondo abitata da chi abbiamo conosciuto all’inizio solo attraverso una webcam. Uno schermo nero, appunto (qualcuno poi dovrà ragionare su quanto A House of Dynamite sia debitore di 24, l’abissale serie Fox post-11 settembre): Kaouther Ben Hania “riempe” quello stesso sfondo nero con la familiare animazione della curva sonora che si muove su di una app di riproduzione audio – sono le reali telefonate intercorse il 29 gennaio 2024 tra i volontari della Mezzaluna Rossa e una bambina di sei anni, Hind Rajab, nascosta in mezzo ai cadaveri dei suoi familiari dentro un’automobile presa di mira dai carrarmati e dai proiettili dell’esercito israeliano, a Gaza.
Hind implora di essere salvata, l’iter burocratico per mandare un’ambulanza a recuperarla nel territorio di guerra è letteralmente kafkiano, i volontari cercano di tenere la bambina calma e “al sicuro” mantenendo attiva la conversazione al telefono. Come è facilmente riscontrabile in rete – dove è possibile reperire già da tempo le stesse registrazioni che Ben Hania ci fa ascoltare lungo il suo film, pur avendo dato il via libera al soccorso dopo quasi un’intera giornata di stallo dalla chiamata d’emergenza, i soldati israeliani uccideranno sia i due medici a bordo dell’ambulanza che la piccola Hind Rajab.

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Il footage audio diventa, va da sé, via via più insostenibile lungo la durata del film, a conferma di quanto le narrazioni dei nostri tempi, reali o finzionali, siano sempre più spesso trainate da impulsi uditivi più che da stimoli visivi, lo ribadiamo da un po’. La messinscena alterna all’ascolto delle registrazioni la performance di un gruppo di attori nel ruolo degli operatori della Mazzaluna che hanno interagito con Hind, prendendo a cura il destino della bambina lungo quella giornata. Aggrapparsi a quella voce sembra quasi voler significare fermare l’intero conflitto, salvare sé stessi e noi tutti spettatori dall’impotenza, somiglia quasi ad un’evocazione, la chiamata a questa dimensione di una voce che viene da un posto oscuro, inimmaginabile, e che infatti non vediamo mai, se non sul finale in cui Ben Hania sente il bisogno di “donare” una posizione reale, un corpo, un feretro a questa apparizione/sparizione vocale, mostrandoci le riprese effettive dei ritrovamenti dell’auto distrutta, dell’ambulanza saltata in aria, l’estrazione dei cadaveri con particolari che ci vengono “sfocati”.

Davanti a tutto questo, le immagini del cinema semplicemente collassano, risultano superflue, si appiattiscono come la visione satellitare col percorso dell’ambulanza (distante soli 8 minuti!) sulla parete, che sembra quasi “aderisce” ad un certo punto con il disegno a pennarello fatto sul vetro della stanza, che illustra la curva dei folli rimpalli istituzionali da fare per sbloccare il salvataggio. Sugli smartphone e sui monitor dei personaggi-attori circolano le immagini e le voci “reali” dei protagonisti di questa vicenda, mentre sullo schermo della sala cinematografica assistiamo alla ricostruzione recitata (di taglio prettamente televisivo, per quello che conta) delle concitate ore di attesa da parte dei volontari della Mezzaluna.
Ribaltando i concetti stessi di campo e fuoricampo fino ad annullarli (non è un caso che tra i produttori hollywoodiani nel progetto come Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, spunti proprio Jonathan Glazer: qual è la zona d’interesse del panopticontent, in questo caso?), il meccanismo messo in atto dalla regista ci racconta ancora una volta quanto sia ormai diventato impossibile per il cinema donare qualsiasi profondità a queste immagini, che vanno necessariamente lette (e rese leggibili) come puro veicolo instant, inerte come i protagonisti di questa storia, strumento divulgativo di dati e informazioni, un rituale civile in forma quasi da desktop movie, il funerale del simulacro di quello che ci ostiniamo ancora ad indicare come “il mondo reale”.

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Leone d’argento – Gran premio della giuria all’82° Mostra del Cinema di Venezia

 

Titolo originale: The Voice of Hind Rajab
Regia: Kaouther Ben Hania
Interpreti: Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 89′
Origine: Tunisia, Francia 2025

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
3.05 (38 voti)
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