“L.A. Zombie”, di Bruce LaBruce

L.A. Zombie Bruce LaBruceAd un puro livello di provocazione, l’ultima opera di Bruce LaBruce non ha l’impatto devastante che da più parti s’è sentito raccontare: piuttosto, sembra un film animato da un malinconico fatalismo, da una propria personalissima e forse non del tutto riconciliata idea di romanticismo.

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Francois Sagat non mette paura, con la sua maschera di zombie color ruggine venuto dal mare (parlava un’altra lingua però sapeva amare) e le zanne che crescono incontrollate sul suo volto con il progredire famelico del proprio stato sessuale-allucinatorio; né tantomeno indignazione, imbarazzo o ribrezzo, sacerdote di un rituale di contagio vitale che non porta con sé né la liberazione né la gioia dell’atto sessuale – atto che pure LaBruce non nasconde, nella sua più basilare natura meccanica-idraulica, allo sguardo dei propri spettatori – quanto la goffa prepotenza di un tentativo di rianimazione alla fine dei conti pur sempre forzato, anche quando il cadavere ‘violato’ penetrandone le ferite si risveglia per partecipare con un qualche entusiasmo al gioco hardcore imbastito da LaBruce e Sagat.
E allora forse il regista sta guardando a qualcos’altro, anche quando riprende il suo Joe D’Alessandro che si lava o urina in un canale di scolo di Los Angeles. L’attenzione riservata ai fluidi, ad esempio: il sangue a fiotti, il seme nerissimo rilasciato dallo zombie Sagat alla fine dei rapporti, l’acqua da cui il protagonista proviene, l’urina (con una scena di golden shower gay giusto abbozzata), l’assurda sequenza in cui Francois si eccita versandosi addosso tutto il caffè appena comprato in un negozio di donuts, nell’impervio tentativo di berselo attraverso le zanne.
I nostri fluidi sono la via attraverso cui il corpo comunica – l’equazione è allora quella con il corpo della città di L.A., capitale californiana liquida e forse anch’essa morente come i personaggi che Sagat incontra e ‘cura’, organismo minato dalla putredine della corruzione, dell’avidità e del vizio che ha bisogno anch’esso dell’iniezione di vita che il protagonista sembra cristologicamente venuto a portare contro (o magari attraverso) la morte: non è un caso allora se nel finale Francois cerca di penetrare anche la terra del cimitero di Los Angeles, allo stesso modo in cui ha scavato nelle ferite dei cadaveri che gli si sono parati davanti.
L.A. Zombie non è tanto un film-scandalo quanto un film scandalizzato: sa bene che a guardare con attenzione sotto i cartoni che un senzatetto usa come baldacchino e rifugio, si può scoprire che all’interno si nasconda una larga e accogliente camera da letto foderata di cartone – così come dimostra di conoscere che a spiare un’orgia sadomaso da una finestrella nascosta, non sia poi così difficile scorgere noi stessi intenti a parteciparci. Nell’alterità evidente dello zombie di Bruce LaBruce si nasconde l’abbacinante rassegnazione di chi sparge il contagio e la possessione senza riuscire a convincere nessuno a seguirlo, il primo zombie solo della storia del cinema i cui compagni preferiscono restare sottoterra.