La zuppa del demonio, di Davide Ferrario

la zuppa del demonioGli ulivi sonnolenti del sud Italia cadono sotto il peso delle ruspe per fare spazio alla modernità, al demonio acciaio, che brucia nei suoi altiforni, ansioso di trasformare la zuppa rovente di cui è fatto nelle industrie che porteranno benessere e vita in tutta la nazione. Mentre il sole, le cicale e gli arbusti immobili fin dai tempi dalla Magna Grecia, ristagnano nella quiete improduttiva del sonno e dell’abbandono, l’acciaio spietato corre a ritmo del progresso, sfreccia attraverso la nazione e trasforma i connotati artistici e paesaggistici che la contraddistingiono in strutture energicamente funzionali, che si accendono di notte e bruciano le distanze. Come mastodontiche cattedrali, le nuove industrie oscurano l’orizzonte con i loro profili laminati e affascinano l’Italia del miracolo economico, abbagliata dal progresso, entusiasta dell’industrializzazione, e ancora ingenuamente ignara di quanto costerà quel benessere effimero alla terra.

I futuristi, capitanati da Marinetti, inneggiano al progresso, se pur incendiario e assassino, perché rappresenta la la vita, la lotta, la speranza e santificano l’avvento della macchina come dio propulsore del movimento. Come avrebbero potuto immaginare che la grande madre FIAT, che aveva messo Torino al centro del mondo, sarebbe diventata da lì a pochi anni matrigna implacabile con i suoi figli? L’industrializzazione sembrava inarrestabile. I posti di lavoro si moltiplicavano a dismisura e la qualità di vita di tutti i cittadini era nettamente migliorata, creando una nuova classe sociale borghese e mediamente benestante impersonata dalla famiglia italiana da rivista patinata, con casa, macchina e prole festosa al seguito. La FIAT e l’ILVA/Italsider di Taranto erano i poli dell’industria italiana, da nord a sud, il brodo primordiale dell’acciaio, altresì definito “zuppa del demonio” da Dino Buzzati in un commento a un documentario industriale del 1964, chiamato Il pianeta acciaio, ha inghiottito ogni cosa.

L’utopia del progresso ha accecato il mondo dell’arte, della politica e la società intera proiettando un miraggio di benessere, che ha iniziato a dissolversi già con la crisi petrolifica degli anni Settanta, ma che ha lasciato ferite incurabili sul nostro pianeta. Le stesse immagini che ora fanno inorridire, nel dopoguerra erano sinonimo di speranza e di crescita, al punto da essere le prime immortalate anche nel cinema degli esordi con L'uscita dalle officine Lumière e L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat.

Stupore e meraviglia hanno accompagnato da sempre lo sviluppo industriale e Davide Ferrario ha raccontato questa corsa irresponsabile ma meravigliosamente spericolata verso il futuro, con le straordinarie immagini dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea, dove sono raccolti cento anni di documentari industriali di tutte le più importanti aziende italiane. Attraverso una ricerca minuziosa dei frammenti di video più significativi, il film ricostruisce lo spirito dell'epoca dando voce esclusivamente alle immagini, inframmezzate dalle citazioni degli intellettuali come Gadda, Marinetti, Majakovskij e tanti altri, e che hanno vissuto quell'epoca di trasformazione e l'hanno analizzata criticamente. Ferrario non intende esprimere giudizi nè azzardare analisi sociologiche, ma riesce a far rivivere, anche se solo per alcuni istanti, l'energia travolgente che nel bene e nel male ha reso l'Italia quello che è oggi, e che a fatica si guarda indietro cercando di capire perchè si sia abbandonata ciecamente al fascino distruttivo del progresso industriale.