Laceno d’Oro 44 – Fordlandia Malaise, di Susana de Sousa Dias

L’industria automobilistica più grande del mondo, la Ford, negli anni trenta decise di costruire nel bel mezzo della foresta amazzonica una città, Fordlandia, per lo sfruttamento intensivo della pianta di caucciù ed ottenere un elemento imprescindibile per la produzione di pneumatici da montare sulle autovetture. Dal 1928 un gran numero di indigeni vennero strappati alla quotidianità per diventare un ingranaggio al servizio del capitale, e confinati dentro dormitori camerateschi costruiti per contenere la manodopera da utilizzare nella piantagione. Il piano industriale fu un totale fallimento, e nel 1945 Fordlandia fu venduta ed abbandonata a sé stessa senza aver mai prodotto una sola gomma per la compagnia, anche perché il materiale naturale fornito dalla piante nel frattempo era stato rimpiazzato da quello sintetico. Il delirio del fondatore di ridurre in schiavitù gli abitanti, incorporandoli dentro un sistema da catena di montaggio, veniva perseguito anche attraverso il divieto per gli operai di alcool e tabacco, ma si scontrava con l’indole degli autoctoni di assecondare ritmi lavorativi estranei alle loro abitudini. La prima forma di ribellione fu la nascita di un insediamento alternativo poco distante dal centro di produzione, un posto pieno di locali di malaffare, bar di dubbia fama e bordelli, chiamata ironicamente Island of Innocence.

Fordlandia Malaise attraversa i resti di questo enorme  territorio,  abitato dai fantasmi del passato. Le scarse tracce abitative si muovono ormai su una superficie desolata, con un nucleo privato delle finalità di partenza. L’uso del drone traccia una mappa dello scheletro della struttura, intercettando l’ultimo scampolo vitale nei sporadici incontri umani, visualizzati dall’alto come minuscoli puntini. Il bianco e nero delinea il presente come diretta conseguenza di un fallimento, declina il vuoto umano scivolando sopra le costruzioni e le strade per perdersi nel fiume che costeggia i caseggiati e i capannoni costruiti in perfetto stile coloniale. A colmare le lacune restano le fragili voci dei morti che salgono dalle tombe accatastate, le croci ammassate in un’indifferente disinteresse, l’energia dissipata nella terra dalla quale rinascono lugubri canti. Tetri e virginali spiriti risorgono dietro l’invito della preghiera, l’inferno viene lambito dalle carezze di un’invocazione rituale, mentre il documentario abbandona i parametri consueti e trasfigura un set da film dell’orrore. Nei margini della testimonianza trova spazio la rivendicazione, per il dolore dello sfruttamento, per gli aborti e gli omicidi consumati all’epoca con un pianto muto di rassegnazione. Lo stile estetico asciutto della mancanza si veste delle note di un audio design assolutamente dirimente, che ci sia da timbrare la polvere sollevata da un semplice sguardo o le scintille provocate da un ragazzo nato sulle ossa di una generazione data in sacrificio al capitale, che si agita, ignaro, e sogna il futuro dietro un sorriso. Anche  senza scavare, restando ancorati alla linea di orizzonte breve, lascia basiti l’atmosfera di rinuncia, e l’impatto invasivo del progetto, ancora apparentemente irreversibile, resta una costante del territorio che non riesce a ritrovare sé stesso.

---------------------------------------------------------------------
SCUOLA DI CINEMA: OFFERTA PER I LAUREATI DAMS e altri per la SPECIALIZZAZIONE

---------------------------------------------------------------------