Laceno d’Oro 44 – Il passo dell’acqua, di Antonio Di Biase

Il passo dell’acqua è un omaggio alla terra d’Abruzzo e all’antico universo contadino ormai scomparso. La narrazione si sviluppa attraverso immagini contemplative, atmosferiche: ogni inquadratura è fissa ed è composta come un quadro a sé al cui interno si sviluppa una piccola drammaturgia. Per dare alla storia una maggiore distanza temporale il film è interamente girato in super 16mm: l’aspetto materico del mezzo analogico permette di riconnettere l’estetica del film con la tradizione pittorica, omaggiando grandi autori del passato come Vittorio De Seta, Ermanno Olmi, Franco Piavoli”.
Con queste parole il regista Antonio Di Biase descrive il ‘film di diploma’ che ha realizzato insieme ai suoi compagni di studi Mattia Ottaviani (fotografia) e Aaron Beitz (montaggio) alla Zelig (School of Documentary, Television and New Media-Bolzano). Il documentario, già presentato a Novembre al 60° Festival dei Popoli di Firenze, è in concorso nella sezione Doc al 44° Laceno d’Oro, è effettivamente in grado di portare lo spettatore in un tempo sospeso tra passato e presente e immergerlo in un paesaggio naturale che sembra immutato e immutabile.

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Attraverso tre ‘ritratti’ riviviamo l’eco di un’epoca più semplice, più ‘pratica’, che sembra appartenere solo al passato, ma che, in realtà, viene portata avanti ancora oggi dai tre protagonisti.

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Il Pastore, la Vedova Devota, il Vecchio Pescatore, seguono tutti il ‘passo dell’acqua’: il ghiaccio che si scioglie in montagna, segno che è il momento di portarvi il gregge; il fiume che costeggia il sentiero nel bosco che porta al santuario di S. Bartolomeo; il mare che lambisce il porto e i quartieri di una città che un tempo era abitata solo dai pescatori e ora è piena di condomini e fabbriche; la pioggia battente che ha lo stesso significato per tutti e tre i personaggi, cioè di stare al riparo e aspettare che passi.

È questo forse il sentimento che più caratterizza il film: l’attesa.

I tre anziani protagonisti sanno che la natura impone loro dei tempi propri e non possono mutarli, così come i pescatori nelle scene finali del film, che si scambiano battute alla radio incoraggiandosi ad aspettare ancora un po’, ancora un’ora, e se proprio i pesci non si vedono, tornare a casa.

Il passo dell’acqua ci ricorda una capacità che col passare degli anni e l’avvento della tecnologia, sempre più a portata di mano, l’essere umano sta perdendo: avere la pazienza di vivere con tempi ‘naturali’.