Laceno d’oro 44 – Thunder from the sea, di Yotam Ben-David

In Thunder from the sea di Yotam Ben-David la notte sovrasta sin da subito con la sua infinitezza onirica il paesaggio. Mentre le colline di un villaggio vicino Tel Aviv sono immerse in una luce tenebrosa, squarciata solo dai neon delle scarpe da tennis di un ragazzo e dal pallido riflesso del suo smartphone, la silhouette rosseggiante della città s’intravede, placida e terribile, in lontananza. Poco più tardi, avvolti dal fuoco del bivacco e dalle loro chiacchiere Dekel, Doron, Udi approfittano dell’elemento estraneo rappresentato da Rona per fare chiarezza sulle loro giovani vite, aiutati dai fumigante narghilè. C’è in questo esordio sul lungo del giovane filmmaker israeliano una carsica discrasia tra l’apparente facilità occidentale di un’omosessualità esperita senza drammi e i sottili riferimenti alla violenta politica d’Israele. Perché, se da un parte un amico aschenazita accetta con generosa fratellanza tribale le tue avventure amorose con ragazzi dello stesso sesso dall’altra si presto l’orecchio con sgomento al racconto di un giovane soldato, anch’egli amico d’infanzia, che per poco non fucilava un bambino palestinese, reo di averlo preso a sassate. Yotam Ben-David riesce però a far emergere l’impossibile normalità dei suoi protagonisti attraverso una regia tenerissima che racconta con lucida vicinanza le loro paure e le loro nostalgie. Già, proprio nostalgia, la dolorosa nostalgia dei ventenni che hanno introiettato dentro loro stessi l’assurda situazione della loro terra e che sembrano destinati a perpetuare dalle loro famiglie di militari che li introducono instancabilmente all’esercizio della sorveglianza sospettosa.

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Costretti a incontrarsi sulle colline attorno il villaggio, essi però rifiutano la metropoli Tel Aviv perché ne sembrano continuamente minacciati. Non solo con il lamento del coyote che intermezza i loro dialoghi e sembra proprio provenire dal profilo alle loro spalle ma anche con la rievocazione (appunto) del tradimento della fidanzatina avvenuto non a caso proprio in città. La macchina da presa si perde coscientemente in questi piani d’ascolto dei ragazzi che sembrano rimbalzarsi con fare sognante le parole sussurrate dal compagno accanto. Attraverso i giochi della luce fluorescente ed extradiegetica (giustamente sottolineata dalla menzione della giuria del Laceno d’oro) la latente tensione deflagra improvvisa con il desiderio di vendetta di Dekel.
Ma in Thunder from the sea non c’è spazio per il machismo personale e di popolo. La baruffa viene presto sedata, basta una triangolazione di sguardi a far sì che il ridicolo tuono dell’orgoglio ferito non diventi mai tempesta. Meglio concentrarsi allora sul mare, un “sea of mistakes” da ascoltare nella guardiola col riappacificato Udi con il cromatismo dei neon che ancora una volta sottolinea il desiderio di un’ordinaria stravaganza. Il mare d’errori che ha accompagnato la nascita di Israele e ne caratterizza tutt’oggi l’esistenza non impedisca mai quel desiderio e la lucida regia di Yotam Ben-David che ne fotografa l’essenza.

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