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Laceno d’oro 50 – Incontro con Andrei Ujică

Nell’incontro dedicatogli dal festival irpino, il regista rumeno ha parlato di immagini e di rivoluzioni, del passato e del futuro dello sguardo su un mondo finito dentro una fase di entropia

Il premio alla carriera assegnato in occasione della cinquantesima edizione del Laceno d’oro ad Andrei Ujică, anche presidente di giuria per questa edizione, chiude con una masterclass una trilogia ideale aperta da Leos Carax e proseguita con Victor Erice. Metodi diversi di lotta e di resistenza, una comune capacità di visione. Per il regista rumeno lo sguardo guarda spesso alle spalle per vedere cosa succederà in futuro, per segnalare i momenti di paesaggio, l’attimo in cui nella storia si verifica uno scarto che modifica lo spazio e il tempo percepito. Videograms of a Revolution fa proprio questo, raccoglie i frammenti di una nazione negli istanti della sua dissoluzione e racconta la fine di un’epoca.

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“Quando io e Harun Farocki abbiamo cominciato a pensare a Videograms of a Revolution era il 1991, la domanda che ci siamo fatti era su che tipo di immagini, che tipi di video utilizzare per questo film. La prima cosa che ci è venuta in mente era quella di fare una ricerca sulle immagini televisive, proprio per il ruolo enorme che ha avuto la televisione durante quei giorni di dicembre del 1989, quando la sede della televisione nazionale rumena è stata occupata dagli insorti e per 62 ore, tre giorni e tre notti, c’è stata una diretta di questi rivoluzionari per comunicare quello che stava succedendo. Poi abbiamo fatto appello ai privati cittadini, le persone comuni che in quei giorni avevano fatto delle riprese, e le abbiamo comprate, perché ci interessava restituire questo doppio sguardo. Quando in fase di montaggio abbiamo completato la prima parte del film, che corrisponde alla decostruzione dell’ultimo discorso pubblico di Ceausescu, ci siamo chiesti come andare avanti. E io ho avanzato la proposta di invertire la prospettiva, rimettere in fila e ricostruire quei cinque giorni attraverso un doppio movimento, la decostruzione dell’uomo e la ricostruzione degli eventi”.

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Tutti i film di Ujică sono riflessioni sul XX secolo, in particolare sulla seconda metà del Novecento, quando l’analogico aveva un potere che dopo l’esplosione del digitale ha perso. Soprattutto c’era ancora la possibilità di mettere ordine nelle immagini e usarle come documento storico, cosa che adesso è impraticabile. Ora con la sorveglianza delle telecamere e la sorveglianza dei cellulari, la privacy è scomparsa, non esiste più la vita privata. Siamo sopraffatti da miliardi di immagini al secondo ed è impossibile distinguere quello che può essere considerato un legittimo documento storico. “Penso anche a similitudini e differenze tra la rivoluzione del 1989, dove l’impatto della televisione ha avuto un ruolo decisivo nella storia della Romania, e il fallimento delle primavere arabe, dove si pensava di sovvertire i regimi attraverso i cellulari, ma non è andata effettivamente come credevamo.”

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La nostra percezione della storia è inscindibile dal mezzo che la racconta, non si può pensare ai grandi eventi storici senza considerare il medium che li ha raccontati. Da Omero a Dante la storia era quella trasmessa dai grandi poemi epici, poi si è passati al teatro, da Shakespeare a Schiller, quindi ai romanzi, alla storia in capitoli, a Tolstoj, quindi al cinema che la trasforma in immagini prima dell’avvento della TV. C’è stato un momento preciso in cui questa ultima fase è cominciata, che coincide con lo sbarco in Normandia, con Ford ed altre 420 macchine da presa a seguire l’evento, e si conclude con gli eventi di Bucarest del 1989. Ma come si racconta una storia, quale è la distanza giusta, dove si colloca il perfetto punto di osservazione? “La distanza da cui guardare le cose dipende dal soggetto osservato, ogni cosa è diversa, quello che li accomuna è una prospettiva macroscopica, uno sguardo che ho indagato in Out of the present attraverso la storia di Sergei Krikalev, l’ultimo cosmonauta dell’era sovietica, che sta dieci mesi nella stazione spaziale Mir, mentre intanto il mondo cambia con la dissoluzione dell’URSS. Torna in un’altra epoca storica. Mi interessava indagare la sua prospettiva quasi divina, una posizione che nei poemi omerici assumevano i dei dell’Olimpo. Adesso con la proliferazione di dispositivi di ripresa, che sono ovunque, è come se paradossalmente stessimo tornando indietro ad una fase orale, prima dell’invenzione dell’alfabeto, con miliardi di occhi che guardano e raccontano. Non abbiamo ancora le coordinate per leggere quello che sta succedendo, perché sta emergendo un nuovo ordine da decriptare e organizzare, una fase di entropia”.

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Unknown quantity, altra perla della filmografia di Ujică, mette in scena una conversazione su Chernobyl tra Paul Virilio e Svetlana Alexievich su grandi temi legati alla crisi del mondo e del pensiero che aveva innescato Chernobyl. Virilio ha una fascinazione escatologica per la fine del mondo che gli viene da un background duplice, da intellettuale di sinistra con una formazione cattolica, come Pasolini. “Questo gli fa pronunciare spesso frasi ad effetto, ma non so quanto siano vere. Anche Malraux aveva detto che il XX secolo sarebbe stato un secolo di grande religione e spiritualità, abbiamo visto come è andata. Personalmente penso che con Marx l’epoca dei filosofi sia finita”. La possibilità di fare rivoluzioni oggi attraverso le immagini appare molto limitata, a causa di questa dispersione incontrollata dello sguardo come fosse un organismo mutevole, che si riproduce continuamente. “Sulla possibilità delle rivoluzioni in sé, credo invece le avremo fino alla fine dei tempi, come fosse una pulsione innata quella di avere dei fuochi verso il cambiamento. L’importante è ci sia una delle condizioni irrinunciabili, cioè individuare bene quale sia il nostro nemico, cosa che non sempre avviene“. Le grandi rivoluzioni, quella del 1789, quella del 1917 e quella del 1989 sono tutte iniziate in maniera eroica, con la speranza di un mondo migliore che poi si è dissolta e banalizzata in una commedia triviale, in una farsa. “Le rivoluzioni si dividono in tre fasi, la convinzione iniziale, il terrore ed infine l’insignificanza delle idee. La democrazia stessa può partire con grandi idee e poi finire in una farsa, che è quello che stiamo vivendo in questo momento.”

Altro capitolo importante affrontato durante la masterclass, strettamente associato allo sviluppo dell’era digitale, è quello legato alla sfera dell’informazione. “I media tradizionali, penso ai giornali, avevano una credibilità che non hanno più. Con gli anni ottanta c’è stato l’avvento di un tipo di comunicazione portata avanti da personaggi come Berlusconi o Murdoch, poi c’è stata l’esplosione dei social, che hanno cambiato radicalmente il panorama di come si potevano ricevere e raccontare la storia e l’attualità, una vera e propria bomba nucleare che ha ribaltato il tavolo e che al momento rende molto difficile fare un dibattito serio su temi politici, anche perché viviamo tutti nelle nostre bolle, grandi o piccole che siano, e la bolla progressista non è così forte da permetterlo. La polifonia isterica rende impossibile qualunque discorso serio”.

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L’incontro si chiude con 2 Pasolini, un corto che è un omaggio ad uno dei più fini intellettuali della storia ed a quello che il regista considera il suo capolavoro, Il Vangelo secondo Matteo: “È un film straordinario a tutti i livelli, per l’approccio filologico del testo e per l’importanza data ai volti dei personaggi. Ho poi scoperto il documentario Sopralluoghi in Palestina, dove voleva ambientare il film, prima di rinunciare perché quei luoghi avevano tracce di modernità. Queste immagini di Pasolini davanti al deserto mi hanno subito fatto pensare a Gesù che scaccia e grida contro i Farisei.” Il Vangelo secondo Matteo è straordinario anche dal punto di vista musicale perché ha una struttura particolarmente complessa, che parte dalle partiture spirituali classiche di Bach, alla musica popolare, al jazz. “Ci sono due passaggi estremamente provocatori, dove lui mette i canti rivoluzionari dell’armata rossa, proprio perché vede in Gesù una figura proto rivoluzionaria. Ed è per questo che ho scelto di mettere un brano remixato di Tupac Shakur, Hit ‘Em Up, sui titoli di coda, perché anche lui per la sua generazione si considerava un profeta”.

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