Laceno d’Oro 50 – L’immagine che nasconde l’uomo: Fasulo, Clerici, Ticozzi
Tre visioni che attraverso la stratificazione dell’immagine e della narrazione rivelano un grado altro, più profondo, insito nella pratica del racconto per immagini
Dalla 50esima edizione del Laceno d’Oro, un percorso di visione che accomuna tre cortometraggi, nel mostrare un altro grado dell’immagine, che quindi va oltre la lettura superficiale e che anzi necessita di un occhio capace di bucare le forme; passando per le rotte migratorie del Mediterraneo raccontate in La femme qui marche, ai frammenti del genio letterario (acclamato postumo) di Guido Morselli – autore di Dissipatio H.G. – in Io mi sono conosciuto nel sogno, sino a L’osservatore dell’Est di Alberto Fasulo.
La femme qui marche di Francesco Clerici è sicuramente il prodotto più incline a mostrare una forma unica, personale. Il contesto riguarda le rotte migratorie che dal Mediterraneo spingono i tunisini – e non solo – alla ricerca di un futuro migliore in Europa, ma che nella maggior parte dei casi trovano invece la morte. “Ad arrivare è solo il 20% di noi” dice una donna intervistata e sopravvissuta al viaggio in mare. Ed è proprio la donna, in quanto soggetto doppiamente subalterna, ad essere messa al centro del racconto svolto da Clerici. Attraverso l’intervista, modalità “classica” di indagine documentaristica, viene infatti adoperato un interessante escamotage formale attraverso il collage delle immagini che vengono letteralmente sovrapposte, addizionate, messe in rapporto tra loro come guidate da una percezione sensoriale. Un nuovo livello interpretativo viene quindi alla luce, e nel tracciare un paragone con la tradizione documentaristica verrebbe da pensare a Chris Marker; per il modo in cui Clerici unisce racconto antropologico-sociale e creatività artigianale. I paesaggi che vengono mostrati si allineano, infine, al contesto di una regione che ancora non ha la forza di effettuare la dovuta riappropriazione, e che deve subire lo scotto di politiche intrinsecamente sbagliate e lesive per la comunità.
Corso online PRODUZIONE del DOCUMENTARIO con Raffaele Brunetti dal 5 febbraio

-----------------------------------------------------------------
Restando nei paraggi di una dimensione altrettanto sospesa, nella quale l’uomo (e il corpo) viene messo al centro di un racconto che sa essere anche indagine esistenziale, Filippo Ticozzi con Io mi sono conosciuto nel sogno rispolvera l’analisi testuale e filologica di Guido Morselli – scrittore sfortunato in vita, che ha conosciuto invece una immensa fortuna postuma. Tutte le immagini in pellicola, come viene specificato in apertura sono state realizzate da Morselli stesso tra gli anni 1952-55. E nella scrittura per immagini, nel corto di Ticozzi accompagnate dalla lettura del suo capolavoro Dissipatio H.G., i due livelli si fondono in maniera viscerale, sino ad arrivare all’equilibrio evocativo massimo del linguaggio; o come in questo caso di un linguaggio, quello di Morselli. Nelle immagini proposte e lette in Io mi sono conosciuto nel sogno viene a galla un mondo composto di piccolissimi frammenti (ecco i manoscritti dell’autore), che quasi sembrano citare nei contenuti il mondo d’infanzia scomparso e narrato da Walter Benjamin, come in Angelus Novus o in Infanzia berlinese; opere che appunto tradiscono una profonda melanconia.
L’osservatore dell’Est invece si discosta leggermente dalle visioni precedenti, se non altro per il suo carattere fortemente finzionale. È proprio la finzione, infatti, che nel cortometraggio di Alberto Fasulo assume una dimensione altra (potremmo dire scatologica) perché incarna in tutto e per tutto una sfida. “Allora la domanda la faccio a voi, ma a quale storia bisogna credere?” chiede ad un certo punto un personaggio, nel districare il filo della menzogna che lega una storia di apparente semplicità, ma profondamente significativa del nostro modo di leggere le immagini; o in questo caso di assecondare la narrazione. L’osservatore dell’Est è quindi un’operazione di ingegnosa dualità, montata al millimetro attraverso un gioco di sovrapposizioni e alternanze per mettere lo spettatore nei panni di Francesco Odescalzi duca di Sassetto, e per poi approdare a un ribaltamento pressoché totale nel modo di intendere. Un modo, che seppur piccolo consegue delle stratificazioni insite alla pratica del racconto, dentro e fuori le immagini























