LAGO FILM FEST – Matter of Taste, il miracolo del gusto

Una delle più interessanti novità del Lago Film Fest 2009 è la sinergia con Nisi Masa, rete europea del cinema giovane. Matter of taste, il loro progetto, racconta le differenze culturali attraverso il cibo, per esprimere il "miracolo del gusto", come ha fatto Juan Pittaluga, che ci ha spiegato come parlare del gusto del cibo significhi raccontare gli altri gusti della vita.

Una delle più interessanti novità del Lago Film Fest 2009 è senza dubbio la sinergia con Nisi Masa, rete europea del cinema giovane. Diciannove paesi coinvolti con un’associazione per ogni nazione, (l'italia ha Franti Nisi Masa, con sede a Torino) all'interno della quale si svolgono delle attività coordinate dall’ufficio di Parigi.

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La partnership con Lago è scattata su suolo francese dall'incontro tra Viviana Carlet, direttrice artistica di Lago e Jude Lister, coordinatrice della sede centrale di Nisi Masa, al noto festival di cortometraggi di Clermont-Ferrand. Per il primo anno di collaborazione tra le due realtà, terreno comune è il progetto Matter of taste, ideato un anno fa da Nisi Masa per affrontare la questione della diversità culturale attraverso il cibo, con una selezione di opere finalizzate – seppur con modalità anche lontane tra loro – a raccontare grazie a ciò che viene servito a tavola specificità culturali. Come fa, ad esempio, il bel work in progress di Juan Pittaluga, dal programmatico titolo Il miracolo del gusto, che si propone di far interagire paesi diversi come Italia, Francia, Stati Uniti e India, proprio indagando il rapporto di ciascuna nazione con il cibo e la tradizione culinaria, che diventano specchio di un più ampio discorso di innovazione o radicamento sulle proprie origini. Oppure esaminare tendenze sempre più globalizzate, secondo il progetto portato avanti dai due architetti austriaci Martin Hablesreiter e Sonja Stummerer con Food Design, interessante documentario che indaga il lavoro sul design alimentare sviluppato delle aziende e che, unendo le interviste di addetti ai lavori a coloratissime coreografie di cibi imbellettati, riesce a far comprendere quanto in Occidente il commercio e il consumo degli alimenti trascenda il solo senso del gusto per appoggiarsi invece su vista e udito.  

Per capire cosa sia veramente il gusto e come sia possibile parlare di uno o più popoli attraverso ciò che si mangia – secondo il detto "sei quello che mangi" – abbiamo incontrato a Lago Juan Pittaluga, regista uruguayano, già produttore e aiuto regista di Mondovino – testo base degli ultimi anni riguardo al binomio cinema-cibo – e autore di Orlando Vargas, pellicola presentata alla Semaine de la Critique di Cannes 2005, ora qui al festival per presentare il suo work in progress Il miracolo del gusto nella sezione Matter of Taste di Nisi Masa:
 
Come è nato questo progetto? Qual è l'idea da cui sei partito?
 
Quando nel 2003 è nata mia figlia, mi sono chiesto cosa potessi trasmetterle. Quale fosse il gusto che mi caratterizzava, essendo un mix di culture, di origini italiane, nato e cresciuto in Uruguay e trasferito poi a Parigi.
Avevo già realizzato insieme a Jonathan Nossiter Mondovino, documentario sulle rotte del vino. E avevo ricevuto il primo finanziamento per il mio primo film, Orlando Vargas, che è un omaggio a mio padre, esule in seguito all'occupazione militare dell'Uruguay, presentato alla Semaine de la critique di Cannes nel 2005.
Già con Mondovino avevo sviluppato questa domanda: cos'è il gusto? Perché la pasta fatta da mia nonna aveva un sapore diverso da quella che mangio oggi? In Italia c'è davvero questo miracolo del gusto, la preservazione del mangiare bene. Il cibo, beninteso, è un pretesto, perché voglio parlare della qualità della vita, nonostante i problemi. Forse proprio per questo parlo di “miracolo”.
 
Tu sei nato come regista di film a soggetto e in seguito ti sei dato al documentario. Quale è stata la tua formazione cinematografica?
 
Anche quella in realtà è legata all'Italia. Ho imparato a conoscere il cinema italiano vedendo tantissimi film nella cineteca di Montevideo e amo particolarmente il periodo che va dal 1948 di Paisà al '74 di C'eravamo tanto amati. Del film di Ettore Scola mi piace l'atmosfera malinconica che lo pervade e che diventa esplicita con la sequenza del set ricreato de La dolce vita, dove il film di quattordici anni prima sembra appartenere a un'epoca diversa e più felice. Si avverte la fine di un mondo, la crisi di Cinecittà intuita già da Godard ne Le Mépris, in cui si avverte la decadenza della struttura romana. E poi è fondamentale Rossellini: Paisà e Germania anno zero sono alcuni dei film che amo di più. Rossellini sapeva essere così umano, andare al centro del male e trovare l'umanità.
Mi hanno influenzato anche gli indipendenti americani degli anni Settanta, come John Cassavetes, con la sua maniera istintiva e umana di girare, e i primi film di Coppola
Tra gli orientali amo Kitano, la sua capacità di essere leggero e profondo, anche se l'autore che preferisco è Kurosawa.
 
Come mai hai scelto l'Italia per Il miracolo del gusto ?
 
Ho idea che in Italia si sia preservato un amore per il cibo e le tradizioni che in altri paesi, in Francia ad esempio, è andato perso. Ma non voglio darne un ritratto idealizzato. Voglio raccontare anche l'Italia problematica. Vorrei parlare della Milano attuale, capirne le trasformazioni, le rotture e la continuità. Ma andando oltre la politica e le polemiche di questo tipo. Fare un discorso profondo, che mi ha riguardato per tutta la vita, mantenendo quella contraddizione che vede da un lato una melancolia per la perdita delle radici e dall'altro una fascinazione per ciò che è nuovo.
Le altre sezioni del documentario saranno ambientate in India, Francia, Italia e Stati Uniti, paesi che hanno vissuto la modernizzazione in maniera problematica. Mi sento connesso alla cultura indiana perché hanno fatto la rivoluzione dieci anni prima di Cuba, ma senza una promozione della violenza. E oggi sono la democrazia più grande del mondo. Gandhi ha trovato una misura che a Cuba non è riuscita.
 
Carlin Petrini (presidente di Slow Food) e Fabio Picchi (celebre chef toscano) sono nel tuo lavoro – work in progress, lo ricordiamo – dei punti di forza indiscussi nel video così come è montato finora
 
Non è stata una scelta programmata. Abbiamo parlato spesso con Carlin Petrini e quindi il Piemonte si è imposto pian piano nel nostro lavoro. Ma non voglio far niente di troppo esposto ai media e non vorrei che il suo diventasse un ruolo di primo piano, mettendo in ombra altre storie e altri aspetti.
Fabio Picchi si è imposto come un personaggio forte, che col suo racconto mi ha aiutato a mescolare la sensualità del cibo e quella dell'amore.
 
Che tipo di mezzi hai avuto per lavorare? Come trovi i personaggi e le storie da raccontare?
 
Il film è una coproduzione italiana, con Fabula Film, francese, di cui si è interessato Robert Guediguian per Agathe Film, e belga.
Ho scelto di girare con macchina a mano stabile (dopo le critiche ricevute da Mondovino per la scarsa stabilità delle immagini) ma in maniera semplice, senza realizzare sequenze ardite dal punto di vista formale. Non voglio un lavoro artificiale, con luci aggiunte, situazioni fittizie. Sono l'operatore e il fonico ad adattarsi alla circostanza e del resto loro sono parte del processo, non sono elementi estranei a ciò che si sta girando. Ho imparato da Mondovino questa semplicità.
Riprendo tutto con la P2 della Panasonic, grazie alla quale puoi girare senza limiti ed è semplicissimo poi riportare il materiale sul pc. Per il documentario il digitale è stata una svolta fondamentale.
Anche se sembra tutto estemporaneo, in realtà sono partito da una sceneggiatura. Vengo dal cinema di fiction per cui avere a disposizione un soggetto in fase iniziale mi aiuta a delineare la struttura. Poi però devi lavorare con l'istinto, trovare un filo, una via.
Le interviste implicano comunque una sorta di direzione degli attori: io dirigo attori tutto l'anno a Parigi, e anche nel documentario la persona che ti trovi davanti diventa un attore da gestire, ma con cui costruisci una relazione mentre scoprite qualcosa insieme, non giri “contro” di lui.
 
Come può il cibo raccontare una cultura?
 
Parlare del gusto significa parlare degli altri “gusti” della vita. Della politica, della passione, dell’esistenza stessa. Mi piacerebbe raccontare in parallelo anche l'altra parte del gusto, la perdita di etica. La Francia o  l'America – per alcuni versi anche la stessa Italia in certe metropoli – in cui questa perdita è evidente, mi fanno paura.
Ne Il mondo dei vinti di Nuto Revelliun libro che amo molto, l'autore racconta come siano stati proprio i contadini a difendere gli ebrei durante la guerra. Nel momento difficile non hanno sbagliato, non hanno ceduto alle leggi sovrastrutturali della politica. Cosa che in ambiti più istruiti non è avvenuta.
Quando questo senso etico del mondo si perde non ci sono più riferimenti. I miei genitori mi hanno trasmesso quest'eticità ma adesso? L'accelerazione della cultura – ora che non ci sono più quei pranzi interminabili attorno al tavolo coi nonni in cui il loro senso della vita ti veniva inoculato – non permette più questa penetrazione. Un pop corn ingurgitato prima dello spettacolo in un multisala ti priva in fondo di questa condizione privilegiata.

 

Orlando Vargas (Trailer)

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