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“L’AI non mi spaventa” – Incontro con Olivier Assayas a Torino

Il regista francese, in sala con “Il mago del Cremlino” e di passaggio a Torino, ha parlato, tra i molti spunti, del suo rapporto con la Storia e dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale nel cinema

Nel mese di febbraio il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha voluto omaggiare Olivier Assayas con una selezione dei suoi film proiettati in retrospettiva e un incontro aperto al pubblico per presentare in sala Il mago del Cremlino. Le origini di Putin. L’ultimo film, in continuità con l’operazione messa a punto prima nella miniserie Carlos (2010) e poi in Wasp Network (2019), apparentemente abbandona i sicuri lidi della finzione totale per ricostruire eventi storici, seppure sempre filtrati dalla letteratura e comunque mutuati in espressione di percorsi individuali delle donne e degli uomini che li hanno vissuti. L’ultimo film, tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano Da Empoli e scritto con Emmanuel Carrère, racconta l’ascesa del presidente russo Vladimir Putin (Jude Law) dal punto di vista del suo consigliere ombra Vadim Baranov (Paul Dano), ispirato alla figura reale di Vladislav Surkov. Abbiamo incontrato il regista francese.

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Crede che il ritratto del personaggio in questo film possa combaciare con l’idea che Vladimir Putin ha di se stesso?

Penso di no… perché la realtà e il modo in cui ci si vede nella realtà sono molti distanti dal cinema. E le storie che raccontano fatti reali non rispondono mai all’aspettativa: il reale protagonista non riconosce mai i luoghi, i sentimenti, le idee, anche se tutto è veridico. Non so se Putin ha visto o vedrà questo film, ma se lo vedrà lo troverà falso, sbagliato, e sicuramente non in sincronia con la sua politica. Questo film, come tutti i film, è una versione della storia, una versione della realtà, che prova a essere storicamente corretta ma non ambisce a essere un documentario.

Di recente si è a volte occupato di Storia, di soggetti tratti da testi nei quali la verità storica è essenziale. Da quale esigenza parte questa scelta?

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Come vendere una storia per il cinema e la televisione, dal 9 aprile

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La mia prima esperienza in questo senso risale a Carlos, che ho fatto nel 2009, ed era un modo di fare cinema diverso da quello che avevo vissuto prima, quindi ho dovuto definire il mio metodo e capire dove sono i limiti e dove le potenzialità. Ciò che ho capito funzionare, magari solo per me, è darmi molta libertà in termini di psicologia, in termini di umanità, aneddotica anche, ma essere assolutamente veridico in termini politici. Evidentemente perché sapevo che sarebbe stato analizzato da quel punto di vista, e la cosa interessante è che a 15 anni di distanza non c’è una nuova versione della storia di Carlos in libro, documentario o serie. Se qualcuno vuole conoscere la sua storia non la trova aggiornata, quindi posso dire che nessuno ha fatto meglio di me [ride]. Solo nella mia serie si combinano tutti gli elementi conosciuti in modo coerente. Ma la storia di Carlos mi interessava principalmente da un punto di vista umano: l’avventura di qualcuno che comincia con l’illusione giovanile per poi diventare un mercenario e finire in carcere. E quando ho fatto Il mago del Cremlino ho adottato un metodo molto simile. Per Carlos ho lavorato con un giornalista che mi ha aiutato moltissimo ed era il mio punto di riferimento. Qui devo invece ringraziare Emmanuel Carrère ma soprattutto Giuliano Da Empoli perché si è documentato su quella realtà e se mi serviva un’informazione specifica o me la dava perché già la possedeva o mi indicava un modo per ottenerla. Comunque il materiale su cui ho lavorato quando ho fatto Carlos e Wasp Network erano dati di cronaca, mentre in questo caso sono partito da un romanzo. Come Giuliano prima di me, ho usato la libertà romanzesca per dare emozione e verità a un discorso non politico ma sulla politica.

Olivier Assayas

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Dev’essere stato difficile trovare l’attore giusto per la parte di Putin. Come mai ha scelto Jude Law e come invece è arrivato a dare a Paul Dano una ruolo così centrale?

Paul Dano è stata la mia prima idea già mentre lavoravamo sulla sceneggiatura, perché ha una complessità che mi interessava e che è molto più grande in lui che in altri attori equivalenti del cinema americano. Ha qualcosa di strano: un attimo prima vedi un ragazzo e un attimo dopo diventa così serio che può anche fare paura. Ha una presenza fisica molto potente e allo stesso tempo è molto delicato. È sempre attento a tutte le sfumature. La produzione all’inizio non lo voleva perché per un film così costoso lui non era abbastanza conosciuto. Allora ho aspettato, ho discusso, ho anche provato altre opzioni, ma siamo ritornati a Paul perché non c’è un’alternativa valida. Per Jude è stato diverso perché invece c’erano diverse possibilità per fare il casting di Putin. Avremmo potuto scegliere qualcuno fisicamente più vicino all’originale oppure, come abbiamo fatto, lavorare con un grande attore che capisse la complessità del personaggio. Jude l’ho conosciuto a Cannes, eravamo nella stessa giuria, e ci siamo trovati ad avere un simile modo di vedere il cinema tanto che capivo come funzionava e come pensava. Appena ho definito che genere di attore volevo per Putin, la mia prima idea è stata Jude. Inoltre, ho apprezzato che si sia fatto carico di tutto il lavoro di ricerca per preparare la parte. A parte i libri e i documentari che io gli ho consigliato, il resto l’ha trovato in autonomia o incontrando Da Empoli su Zoom, e assorbendo ciò che io e Carrère avevamo assorbito prima di scrivere. Quando è arrivato sul set sapeva tutto ciò che noi sapevamo (forse anche di più!) e non ha avuto bisogno di indicazioni di sorta. È stato più di un attore, un collaboratore utilissimo.

Invece per quanto riguarda il ruolo femminile affidato a Alicia Vikander?

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Il personaggio di Ksenija è molto diverso nel film perché nel romanzo era secondario, una presenza approssimativa, non sviluppato. Quando mi sono interrogato sul fare o meno questo film e su cosa avrei cambiato se avessi accettato, subito mi è venuto spontaneo di lavorare su questo aspetto della storia. Era vitale, perché porta una dimensione umana. C’era bisogno di questa figura per mettere in discussione la moralità di Baranov, che così ha la possibilità di spiegarsi al di fuori del cinismo e della strategia. A Ksenija lui deve dire la verità perché lei l’ha visto muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo e sa tutto di lui. In più è un personaggio che porta in sé la storia di questa generazione di russi post-caduta del muro di Berlino. All’inizio degli anni Novanta ho trascorso alcuni giorni in Russia, ho incontrato giovani artisti e studenti, e c’era una energia, una speranza potentissima. Ecco, lei incarna questa energia e non la perde mai, in un certo senso. Volevo sempre avere un contrappunto di qualcuno che presenta ciò che sarebbe potuto essere questa generazione e non è mai stata perché è stata distrutta da questo governo totalitario.

 

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Nel libro di Da Empoli è citata una frase molto nota secondo cui “Il potere è come il sole e la morte: non si può guardarlo direttamente in faccia”. Tramite questo film crede di averlo potuto fare? Che tipo di potere rappresenta oggi Putin?

Per me Vladimir Putin rappresenta il male per i nostri tempi. E lo fa in modo cosciente. Questa è la mia opinione. Ma non sono sicuro che il cinema possa guardare direttamente in faccia il potere. Sono sempre stato convinto, a torto o a ragione, che l’arte in generale serva a porre delle domande e quello che mi interessa è proporre quelle giuste. A ciascuno poi trovare le proprie risposte. Quando rappresento la realtà non so se lo faccio davvero e non so se mi interessa farlo con precisione, ma mi interessa che l’eco delle domande che mi pongo su di essa rimanga dopo l’uscita dalla sala.

A proposito di verità e finzione: ora che Darren Aronofsky ha prodotto una serie sulla guerra d’indipendenza americana realizzata con l’Intelligenza Artificiale sembra che ogni diga sia crollata. Sono notizie che ritiene allarmanti? Cosa ne pensa in generale di questo argomento?

Il film sulla rivoluzione americana che voglio guardare è quello di Ken Burns, di cui sono un grande ammiratore, ma non so dove trovarlo. Mentre l’Intelligenza Artificiale non mi fa paura. Non è che mi lasci indifferente, è una cosa molto interessante che sta accadendo davanti a noi. È l’evento tecnologico del momento, ma ne abbiamo vissuti tanti durante il XX e all’inizio del XXI secolo, incluso internet che ha cambiato il mondo e ha anche influenzato il modo in cui funzioniamo. Non sono un esperto ma capisco più o meno di cosa si tratta e sicuramente nel processo di sviluppo di ogni nuova tecnologia c’è qualcosa di buono e qualcosa di meno buono. Penso che niente impedisca di fare un film interessante in quel modo, poi se la cosa mi interesserà è un altro discorso, perché quando guardo un film o leggo un libro non mi interessa la cosa in sé ma la persona che l’ha fatta, la sua motivazione, l’evoluzione del suo lavoro. Mi interessa capire la soggettività di un’altra persona, mentre la percezione di una macchina non mi incuriosisce più di tanto… Forse un giorno, anche prossimo, guarderò un documentario fatto dall’Intelligenza Artificiale ma per me l’arte è espressione del punto di vista umano. Sicuramente in futuro verranno fatte cose affascinanti e anche utilissime con questi strumenti, ma nel contesto dell’arte non penso che si potrà produrre qualcosa che potrà interessarmi autenticamente se mancherà una prospettiva umana.

Assayas

Qual è il suo rapporto con Torino?

Sono venuto più volte in questa città, che fosse nel contesto del Museo o del Film Festival da quando si chiamava Cinema Giovani. Ho sempre amato Torino come città di cinema, di quello libero e inventivo, il migliore possibile. E ho l’impressione che in Italia questa sia la capitale del cinema indipendente. Tutti i cineasti liberi del mondo si riconoscono nei valori che sono stati definiti dal vostro festival. Riconosco che è stato importante per la cultura cinefila.

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