Laila in Haifa, di Amos Gitai

“Se potessi cancellerei la realtà” dice il fotografo Gil. È l’unico punto da cui partire per parlare di Laila in Haifa. Non ce n’è un altro. Cancellare la realtà per ricostruirla attraverso il solo luogo possibile per Amos Gitai: il cinema. A partire anche stavolta da un piano sequenza, che filma un pestaggio nel cuore di una notte piovosa, come fossimo in un film noir. Gil viene aggredito e derubato della propria auto. Arriva in soccorso Laila – che infatti in ebraico significa “notte” – con cui ha una relazione e che ha curato la sua mostra di fotografie. La cinepresa segue i due entrare in un bar. Nello stesso locale c’è la personale di Gil. Ma in realtà il club è situato nella città portuale di Haifa ed è un posto di ritrovo per una clientela eterogenea che l’occhio del regista racconta per piccole unità: intellettuali, borghesi, omosessuali ed eterosessuali, coppie in crisi, militanti radicali. Ebrei e palestinesi si (con)fondono. I linguaggi pure, con l’inglese a far da tramite tra lingua ebraica e lingua araba. Qualcuno ha una relazione che sta per finire, qualcun altro, forse, l’ha appena iniziata.

Come spesso avviene nei suoi film, Gitai ha bisogno di uno “suo” spazio da disegnare e di un “suo” tempo da scolpire: il borgo di Ana Arabia, la foresta di Tsili, il mezzo pubblico di A Tramway in Jerusalem. Il club notturno di Laila in Haifa è ancora una volta set di traiettorie, di movimenti. Anche di limitazioni, evidentemente. E qui subentra la fede nell’incontro con l’Altro, nell’attraversamento come esperienza e conoscenza (anche carnale). Lo spazio (la terra!) è di tutti. Come il cinema. Come il set, che diventa palco, sala da ballo, mostra espositiva di immagini di guerra, personaggi che entrano ed escono dal quadro. Ed è comunque uno spazio che si può – anzi si deve! – reinventare e ripensare. Come fossimo in un film di David Lynch, il nightclub si riempie allora di fantasmi, di corpi, di leggere distorsioni sonore antinaturalistiche, continui passaggi del treno in profondità di campo che replicano graficamente le carrellate del cineasta e indicano un “fuori” dove il movimento e l’esperienza (nel mondo) è altrettanto possibile. Inevitabile allora che lo scambio e la performance finisca con l’interessare anche l’identità sessuale, sentimentale, facciale persino, con i volti umani che si truccano, camuffano, paiono quasi cambiare nell’ombra e nell’illuminazione come fossero essi stessi un territorio di diversità e metamorfosi. Il primo piano come paesaggio e attraversamento, che diventa mistero. Mistero che è anche buio, incertezza, paura delle relazioni e del loro peso. Una notte ad Haifa.

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Ecco allora un altro, purissimo Gitai. Ancora una volta si rivolge all’Utopia, alla sua idea e alla sua rappresentazione. Alla possibilità di una terra promessa a tutti. “Sopravvalutiamo il presente” dice sempre il fotografo, che preferisce parlare con gli altri invece di vedere le sue opere esposte. La grande lezione spirituale, ancor prima che etica e artistica, di Gitai allora è tutta qui. Il presente è già passato. E se proprio dobbiamo viverlo va fatto nel progetto di una promiscuità, in una notte che guarda al domani.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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