“L’alba del pianeta delle scimmie”, di Rupert Wyatt

l'alba del pianeta delle scimmieCe lo hanno già detto J.J. Abrams e Steven Spielberg. Il cinema, oggi, non può fare a meno di guardare indietro. L’alba del pianeta delle scimmie sembra confermarlo, tornando alle origini del celeberrimo pamphlet fanta-apocalittico del 1968, firmato da Franklin J. Schaffner e ispirato al romanzo di Pierre Boulle. Un film che ha segnato in un modo o nell’altro l’immaginario cinematografico degli ultimi quarant’anni, tra seguiti, prequel, remake. Qui si tratta, tecnicamente, di un reboot. Quindi, a tutti gli effetti, di una cesura netta, di un riazzeramento e di una nuova partenza.
 
Il giovane e brillante scienziato Will Rodman sta conducendo esperimenti su un virus, per conto di un’azienda farmaceutica. Per lui non si tratta solo di una sfida per il progresso della scienza. L’ALZ 112, il farmaco che sta mettendo a punto, è la sua unica speranza contro la malattia che, giorno dopo giorno, sta consumando il padre: il morbo d’Alzheimer. Una delle scimmie sottoposte ai test, la numero 9, soprannominata Occhi luminosi, mostra un significativo aumento delle capacità celebrali. E’ il segno che la direzione è quella giusta, Ma in un improvviso attacco d’aggressività l’animale mette a soqquadro il laboratorio e viene abbattuto. Su ordine dei vertici, vengono soppressi tutti gli altri scimpanzé. Tranne il piccolissimo figlio di Occhi luminosi, che viene prelevato e accudito da Rodman. Cesare dà ben presto segni di un’intelligenza e una capacità di apprendimento fuori dal comune. Ha eredito geneticamente dalla madre gli effetti del virus testato. Ma proprio la sua intelligenza lo porterà, inevitabilmente, a ribellarsi all’idiozia e alla crudeltà degli umani.
 
l'alba del pianeta delle scimmieLa sceneggiatura di Amanda Silver, Rick Jaffa (anche produttori) e Jamie Moss, ha ben poco a che vedere con il prequel del 1972 di J. Lee Thompson, che già raccontava la ribellione del piccolo Cesare. Ma è soprattutto nelle mani di Rupert Wyatt che il film abbandona del tutto la tentazione di seguire gli antecedenti, per deviare verso altre strade e affondare le radici nella notte dei tempi del cinema. Accompagnati per mano, scendiamo a scorgere le ombre inquiete del Frankenstein di James Whale e dei Freaks di Todd Browning, con il loro furioso e doloroso ribaltamento emotivo e sentimentale. E risaliamo su, passando per sentieri kubrickiani (l’occhio ALZ-112 dello scimpanzé non vive forse dello stesso sguardo di HAL 9000?), incrociando le impennate mélo di un amore transgender che ricorda il King Kong di Peter Jackson. Sino ad arrivare alla minaccia di Contagion di Steven Soderbergh, che, ripetiamo, pur in tutti i suoi limiti, sempre più appare come l’algido manifesto di un cinema contemporaneo sospeso tra la paura e il desiderio di contaminarsi.
 
Lungo i tracciati di questo sentiero ritroviamo l’impasse del progresso tecnologico, il vicolo cieco di un’umanità autodistruttiva e profondamente disumana, la sacrosanta ribellione di chi urla il proprio no all’universo concentrazionario del potere. Ma, al fondo, il vero tessuto connettivo di tutto ciò è, come sempre, la consapevolezza di come il cinema non sia altro che quel dannato ventre della balena che ci inghiotte e salva. L’alba del pianeta delle scimmie è il racconto del terrore e della necessità del distacco. Will dà il via al caos, solo perché spinto dalla paura di perdere chi ama. “Non voglio perderli”, dice disperato alla sua donna, capitata nella sua vita per caso quasi quanto Freida Pinto nel cast. Ma è costretto, per ben due volte, a prendere atto della vanità del proprio sforzo. E il suo ‘duplice lutto’ è speculare a quello di Cesare, orfano di madre e, ancor più, orfano della sua nuova famiglia, a cui chiude definitivamente le porte in faccia, nell’attimo stesso in cui comprende che la strada del ritorno a casa è disseminata di morti e abbandoni.
 
In questa sua riflessione terminale L’alba del pianeta delle scimmie sembra davvero lo specchio di Super 8. Se Abrams ci svela come non ci sia alcuna memoria al di fuori del cinema, oltre quella pellicola che gira tremolante sul proiettore, Wyatt, coerentemente, sembra raccontarci di una memoria smarrita e di un futuro in cui non c’è più spazio per alcun uomo, se non quello ridisegnato in un avatar. Prima o dopo, dal tramonto all’alba è solo immagine. E questo percorso non può che esprimersi nell’opposizione tra due corpi, cioè tra due modi di immaginare i corpi. Quello di James Franco, unico tra gli uomini a esistere e resistere, non a caso sempre più attore-autore che riflette sulla materialità e precarietà della propria presenza, al punto da amputarsi un braccio e fissarsi sulla pelle di Sal. E quello digitale di Andy Serkis, ancora una volta un Gollum smaterializzato e ricomposto in pixel. Un maledetto e fantastico ladro di cadaveri, che ha già rinunciato alle proprie spoglie umane per conquistare un nuovo pianeta.
 
Titolo originale: The Rise of the Planet of the Apes
Regia: Rupert Wyatt
Interpreti: James Franco, Andy Serkis, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox, Tom Felton, David Oyelowo
Origine: USA, 2011
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 105’