L'allergia del vivere: "Lontano dal Paradiso", di Todd Haynes



Todd Haynes spinge ancora più a fondo il processo di rilettura del cinema classico americano, che trasforma in una vera e propria riscrittura nel suo splendido Far For Heaven. Omaggio dichiarato al mèlo anni cinquanta di Sirk (che viene recuperato in almeno tre film, come Secondo amore, Come le foglie al vento e Lo specchio della vita), Far For Heaven è anche, sottilmente, un remake del secondo film di Todd Haynes, quel Safe che fu interpretato nel '95 sempre da Julianne Moore. Se Safe era la storia di una tranquilla donna borghese che giorno dopo giorno si scopriva allergica fisicamente alla vita degli anni Novanta, fino a doversi rinchiudere in una sorta di centro di accoglienza/campana di vetro per "sterillizzarsi", in Far From Heaven  Cathy Withaker, che pure è il perfetto modello della donna-madre-casalinga  dell'America del dopoguerra, si ritrova improvvisamente a scoprirsi allergica moralmente ed emozionalmente agli anni Cinquanta. E' sintomatico questo sguardo moderno sull'allergia del vivere di Todd Haynes, che apre il film con una devozione assoluta per il cinema di Sirk, con un dolly tra gli alberi autunnali della tranquilla città di Hartford, che non può non rimandare a Come le foglie al vento. Ma successivamente, Haynes riprende le coordinate di quel cinema fiammeggiante e popolare, svillaneggiato per anni dalla critica di tutto il mondo (ma non dai giovani turchi dei Cahiers), ma che sapeva scardinare il fulco del sistema di vita americano, quel "cuore nero" fatto di villette monofamiliari, giardini ben curati e un'ipocrisia di fondo a mascherarne gli orrori, svelati cinematograficamente negli anni Novanta dal cinema di David Lynch. Haynes riprende un po' il discorso che facevamo a proposito di Sam Mendes sulla rilettura del cinema classico, sul carpirne la forma ma non lo sguardo, cercando di mostrare il lato nascosto di quel cinema, che era frutto di una società  chiusa in se stessa, tesa alla propria autocelebrazione e paurosa di ogni possibile devianza e contaminazione.


In Far From Heaven la devianza invece, nascosta e sotterranea nei mèlo di Sirk e Minnelli, viene invece alla luce. Perché il cinema neoclassico è si devoto al suo referente originale, ma anche consapevole che i film non possono essere replicati ma, semmai, vanno "rifatti". Ed ecco allora che la coppia perfetta, Cathy e Frank Withaker, intervistati come modello familiare anche dalle riviste perbeniste, si scoprirè essere il centro dei desideri repressi di un'intera nazione e cultura. Non interessa a Haynes celebrare il dramma sociale della condizione femminile o degli uomini di colore, ma evidenziarne i conflitti emozionali, la difficoltà di essere autentici in un mondo circostante costruito e fondato sull'inautenticità. E Julianne Moore è straordinaria nei panni di questa Barbie perfetta moglie, madre e padrona di casa, e tutto sembrerebbe scorrere liscio nella sua vita felice finche un giorno non scopre che il marito vive una storia omosessuale e questa rivelazione le sconvolge le fragili fondamenta su cui aveva basato la sua esistenza. E Far From Heaven si dipana tutto dentro i colori pastello, dentro le strade le case e i giardini puliti, dentro questa sorta di infanzia dorata (e illusoria) dell'America, di cui lentamente, pezzo dopo pezzo ne estrapola frammenti di crudeltà nascoste, mondo chiuso  e claustrofobico dove i desideri sono continuamente ricacciati indietro, vittime di un "contesto civile" soffocante nella sua vulnerabile perfezione.


Haynes esplora gli universi che si nascondono dentro un'epoca e dietro dei film che – per motivi ambientali e di censura – erano costretti a celare tante cose nelle pieghe delle loro storie torbide, elementi che invece Haynes può liberamente tirar fuori, modernizzando quelle storie nello sguardo mantenendone intatto però lo spirito di piccoli capolavori sovversivi di un America che, comunque, già stava cambiando radicalmente.