"L'altra faccia dell'Iran". Incontro con Bahman Ghobadi



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ghobadi a san sebastianNel maggio del 2009 il suo film “I Gatti Persiani” è stato premiato a Cannes: in quel periodo in Iran c'era grande fermento sociale e si pensava seriamente ad un rinnovamento politico. Poi le elezioni di giugno hanno disatteso queste aspettative. Ci può dire che cosa è successo in quei giorni?

Bahman Ghobadi: Abbiamo girato questo film pochi mesi prima delle elezioni e, durante le riprese avvertivo, chiaramente che l'ambiente dei giovani in Iran era pronto per esplodere. Prima di iniziare le riprese, avevo paura di realizzare questo film, perchè avrei rischiato di non poter più lavorare in Iran. Ma i ragazzi protagonisti del film mi hanno dato il coraggio di andare avanti: se loro suonano di nascosto, allora anche io avrei potuto realizzare un buon film senza i permessi, un film per fare in modo che la voce di questi ragazzi potesse arrivare al pubblico.

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Adesso la situazione in Iran è cambiata, ma io penso che sia cambiata in positivo. Vi faccio un esempio: pensate ad un ragazzo costretto a tenere la testa sott'acqua da una mano molto forte, ma per un solo secondo quel ragazzo riesce ad alzare la testa e a respirare, per poi essere costretto di nuovo a rimettere ad immergere la testa. Da quel momento in poi, quel ragazzo cercherà di lottare con ancora più impeto per liberarsi dalla stretta della mano che lo costringe. Questa è la situazione dei giovani adesso in Iran: hanno respirato per un attimo l'aria della libertà e adesso, nonostante siano nuovamente oppressi, cercano con maggiore forza di tornare a respirarla.

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Nonostante il cambiamento di cui parla, il regime iraniano continua a perseguitare gli artisti, come nel caso del regista Panahi che è ancora detenuto, e anche l'esperienza di governo riformatrice di Khatami non è riuscita a cambiare il paese. Come spiega tutto ciò?

B.G.: Il regime iraniano continua ad arrestare gli artisti poiché ha paura e in questo modo cerca di spaventare tutti gli altri. Sicuramente Panahi uscirà distrutto come uomo e come artista da questa vicenda: sono convinto che riusciranno ad uccidere la sua creatività.
In Iran si colpiscono gli artisti e i giovani perchè il governo sa che solo tappando queste voci può avere il controllo totale della società. Loro dicono che la musica è contro la religione o la morale, ma loro stessi ascoltano questa musica, i loro figli ascoltano questa musica. Dopo la rivoluzione del '79, chiusero tutti i locali, tutti i disco pub, tutti i luoghi dove i giovani potevano distrarsi e scaricare le loro energie. Adesso un ragazzo e una ragazza non possono vedersi fuori casa, neache per una passeggiata in un parco. E' tutto proibito. Le uniche alternative che hanno i giovani sono lasciare il paese o cercare consolazione nella droga o nella musica.
Il governo di Khatami inizialmente ci ha dato molta speranza, ma purtroppo è stata un'esperienza finita male. Forse siamo stati presi in giro, poiché Khatami voleva cambiare il nostro paese, ma il sistema non ha permesso questo cambiamento. Anche noi non ci siamo accorti che ci stavano prendendo in giro, avevamo gli occhi coperti dalla polvere.

Durante le riprese del film siete stati arrestati dalla polizia? Qualcuno dei musicisti presenti nel film ha avuto problemi con la polizia o sono riusciti a lasciare il paese che lei sappia?

B.G.: Siamo stati fermati dalla polizia durante la realizzazione del film, ma mai incarcerati. Ho anche regalato qualche dvd con i miei film ai poliziotti. Al mio ritorno da Cannes, invece, sono stato fermato e ho passato 7 giorni in carcere: ero entrato in Iran dal confine iracheno per andare a trovare qualche mio parente in Kurdistan.
Alcuni dei ragazzi del film hanno lasciato l'Iran nelle settimane successive alle riprese, ma molti altri gruppi musicali iraniani sono partiti prima di loro. Dovete sapere che in Iran ci sono più di 3000 band di musica rock, e se 20 o 30 di loro riescono a fuggire e portare la musica rock iraniana in giro per il mondo per me è fonte di grande gioia. La loro missione adesso è uguale alla mia: raccontare a tutto il resto del mondo quello che succede in Iran.

Nei film iraniani di solito viene mostrata sempre la parte più vecchia di Teheran, invece nel suo film si vede anche la parte più moderna della città. E' stata una scelta voluta?

B.G.: Io adoro Teheran. E' una città piena di energia, piena di vita nonostante tutti i suoi problemi. I suoi abitanti sono tutte persone che si danno un gran da fare, come il personaggio di Nader nel mio film. Io sono nato e cresciuto in Kuridistan e noi curdi ighobadi n Iran siamo cittadini di secondo o terzo grado, abbiamo due gravi “capi d'imputazione” a nostro carico: il primo di essere curdi e il secondo di essere sunniti. Quando sono arrivati a Teheran la prima volta ho sentito la stessa discriminazione nei riguardi degli artisti: essi non hanno mezzi per estrimersi, non hanno posti o spazi dove far conoscere la loro arte, non hanno a disposizione gli stadi per i concerti o i finanziamenti dallo Stato come succede qui in Occidente. Per questo ho voluto fare un film diverso nel panorama del cinema iraniano, che in questi ultimi anni è stato accusato di essere molto ripetivo: ho voluto mostrare la grande energia e voglia di vivere che serpeggia per le strade di Teheran, volevo mostrare il grande contrasto tra la ricchezza e la povertà che c'è nel nostro paese. Inoltre non ho inventato nulla, quello che accade non è stato scritto per il film, ma ogni band, ogni location e ogni storia dei protagonisti sono vere e autentiche.

Durante le riprese del film, era consapevole del rischio verso il quale andava in contro e che probabilmente non le sarà più possibile girare film in Iran?

B.G.: Nel mio film ho voluto mostrare una briciola della cultura underground iraniana, poiché essa non è soltanto musica, ma anche arte, poesia, letteratura: c'è una grandissima produzione artistica tenuta nascosta che aspetta soltanto di poter uscire fuori un giorno. Ho tenuto i diritti del film in Iran per me e ho permesso che fosse distribuito gratuitamente per le strade, in questo modo tantissimi giovani hanno potuto vedere qual è la situazione nel nostro paese e ne sono rimasti molto turbati, e come loro tantissime altre persone che sto incontrando in questi mesi in giro per il mondo, che mi stringono la mano e mi ringraziano per avergli mostrato questa situazione.
Per questo motivo ho capito che la mia presenza è più importate fuori dall'Iran, perchè così posso raccontare liberamente quello che accade laggiù.
Pertanto ho una richiesta per la stampa italiana: io amo l'Italia e il suo cinema, penso che nessuno popolo sia più vicino agli iraniani di quello italiano, e ne ho avuto la conferma vedendo le vostre piazze riempirsi per manifestare a favore della mia gente. Per questo vi chiedo di smettere di parlare solo e soltanto della questione nucleare o dei mullah, ma di mostrare finalmente l'altra faccia dell'Iran, parlate dei giovani iraniani. Pensate all'Iran come ad una bellissima donna coperta dalla testa ai piedi dal
chador, quello che vi chiedo è di fare in modo di mostrare il “bel volto” dell'Iran che si nasconde sotto il velo.