L'amore bugiardo – Gone Girl, di David Fincher

gone girl
Fincher non inventa nulla né manipola, al contrario di Hitchcock. Non ha bisogno della trovata, se ne infischia dell’arte o dell’artigianato, perché lavora su tutta la gamma delle potenzialità del Nuovo Mondo. Probabilmente, è arrivato al cinema più consapevole e più intelligente possibile, allo stato attuale del "mezzo". Ma lavora come un automa, come una macchina. Ci attira e ci tiene avvinti. Ma il nostro sarà sempre un amore bugiardo

gone girlIl rigore lucido della messinscena nasconde qualcosa di diabolico. Perché risponde sempre a un piano rigorosamente orchestrato a tavolino, viene fuori dal vaglio di tutte le ipotesi e le varianti, dalla previsione delle conseguenze, dalla conoscenza perfetta degli spazi e delle linee di movimento consentite, dei caratteri e delle loro connessioni possibili, i rapporti… “Occorre metodo”, dice l’incredibile Amy, mentre si appresta a studiare e a mettere a punto il suo nuovo piano. Ed è quello che ci sentiremmo dire a qualsiasi laboratorio di sceneggiatura o scrittura creativa. Occorre lo studio, avere sotto controllo quanto più possibile la materia, le forme e le storie che ci accingiamo a manipolare. Ma questa precisione ingegneristica nasconde necessariamente una dose di follia, assomiglia a un’ossessione. Implica anche la deliberata scelta di lasciarsi imprigionare tra le maglie, le trame e i cunicoli della struttura. E di fronte a una volontà talmente ferrea da arrivare sino in fondo, non si può che cedere le armi, sottostare al ricatto, accettare le conseguenze. Oppure fuggire, obiettare alla granitica solidità di un approccio del genere la realtà dell’imprevisto, o meglio l’essenza stessa di una realtà che si amplifica “all’infinito” attraverso l’incontrollata proliferazione degli imprevisti. Eppure Gone Girl ha l’intelligenza di anticipare questa mossa, di mettere in conto già dal principio l’obiezione. E perciò la struttura ingloba l’imprevisto, lo assume in sé: qualcosa non va come doveva andare, ma tutto dà l’occasione per rielaborare il piano e stringerlo in maglie sempre più serrate. Ma se gran parte di quello che stiamo dicendo è qualcosa che ha a che fare con la scrittura, con l’organizzazione “narrativa” del congegno, cosa c’entra Fincher? Rientrerebbe, semmai, nei meriti (o nei demeriti, dipende dal punto di vista) della fortunata sceneggiatrice Gillian Flynn, autrice del romanzo bestseller che ha dato il via a tutto. Fincher dov’è, a quale punto del congegno si posiziona il suo cinema?

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gone girlViene da pensare che Gone Girl ha molte cose in comune, dal punto di vista teorico, con The Next Three Days. Ma Fincher si trova in una posizione del tutto diversa da Paul Haggis, responsabile dall’A alla Z di tutte le fasi della costruzione. E Haggis “apre” il suo film, lo libera dalla scrittura attraverso la scelta consapevole di una “posizione morale” del personaggio, di una sua scelta politica di critica, cioè messa in crisi del sistema, e di libertà. Fincher no. Forse non può, sicuramente non vuole. Le sue immagini sembrano adattarsi perfettamente alle dinamiche della scrittura, se non per brevi momenti di oscillazione, in cui si prende la libertà di dettare un altro tono, un salto di dimensione emotiva. Come in quell’improvviso fiume di sangue che schizza dalla gola tagliata e contamina la prigione dorata… Dai contorni netti della scrittura comincia a salire una vaga aura allucinatoria, che è da sempre, dai tempi di Seven e Fight Club, la dimensione in cui si muove il suo cinema. È una leggera vertigine, quella di James Stewart e, a conti fatti, il riferimento più appropriato è proprio La donna che visse due volte. Ma Hitchcock, da ossessivo paranoico, avverte a ogni istante la necessità di trovare soluzioni che lo liberino, in qualche modo, dall’asfissia del sistema, di far uscire il "treno" dalla linea retta dei suoi binari. E così La donna che visse due volte si accende, all’improvviso, di altre luci e altri colori (quei riflessi verdi sul volto di Kim Novak), di una vertigine mélo non perfettamente prevista nel piano. Per Fincher, invece non c’è via di scampo. E, allora, è vero che per lui il cinema è un gioco “vuoto”, ma è altrettanto chiaro che non c'è più alcuna ipotesi di piacere.

 

gone girlIl cinema è un gioco da cui non si può uscire. Una panic room senza soluzione (di continuità), che va dal classico alla scrittura temporale delle serie Tv (“mi sembra di essere in una puntata di Law & Order”…). Ingloba tutto, volti, icone, schegge di senso, fino al punto di erodere la stessa possibilità di una realtà. È come se la nostra concretezza e debolezza analogica non potesse mai inserirsi a pieno nella precisione digitale e computerizzata delle immagini “che viviamo”, se non accettando di adeguarsi alla loro dimensione “fittizia”. Tutto il discorso sull’onnipresenza dei media è estremamente chiaro. Fingere che…, dire e fare la cosa giusta… Persino le parole, le frasi pronunciate “per amore” suonano false come dichiarazioni preparate il giorno prima. E il fatto che qui si parli d’amore, il fatto che sia una donna il motore di tutto il sistema, che sia messa in crisi, ancora una volta, la possibilità di un’unione, di una coppia, se non sulla base di un rapporto binario di illusioni e inganni, è probabilmente l’aspetto meno interessante. La carne è già stata messa al bando. Quello che conta è la registrazione impassibile di un vicolo cieco, di un corto circuito tra l’infinità virtuale delle relazioni e la condanna alla solitudine dei consumi, dei piaceri, delle esperienze.

Registrazione impassibile vuol dire macchina. Fincher non inventa nulla né manipola, al contrario di Hitchcock. Non ha bisogno della trovata, se ne infischia dell’arte o dell’artigianato, perché lavora su tutta la gamma delle potenzialità del Nuovo Mondo. Probabilmente, è arrivato al cinema più consapevole e più intelligente possibile, allo stato attuale del mezzo. Mette in conto anche la nostra inclinazione alla stupidità, alle idiozie di Adam Sandler e ci scherza su. Ci attira, legandoci alla magnifica inettitudine di Ben Affleck, e ci incanta con un oggetto liscio, perfetto, senza spigoli che non siano formazioni cristalline. Ma lavora come un automa, come uno Zuckerberg nel loop del refresh della sua pagina facebook. Siamo con le spalle al muro, esattamente come Nick Dunne. Vorremmo dire di no, eppure non possiamo. Ma il nostro sarà sempre un amore bugiardo. 


Titolo originale:
 Gone Girl
Regia: David Fincher
Interpreti: Ben Affleck, Rosamund Pike, Missi Pyle, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Casey Wilson, Patrick Fugit, Scoot McNairy, Emily Ratajkowski, Boyd Holbrook, Lee Norris
Origine: USA, 2014
Distribuzione: Fox
Durata: 149'

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