"L'amore che resta", di Gus Van Sant

restlessSono irrequieti e tormentati i personaggi di Gus Van Sant. Lo sono sempre stati, nella loro dolcezza disarmante e lieve. Hanno ferite nascoste e taciute, ma le loro espressioni tradiscono sempre un desiderio di fuga. Enoch Brae (interpretato da Henry Hopper, figlio esordiente di Dennis) conosce Annabel Cotton (la sempre più brava Mia Wasikowska) a un funerale. Non ci sono motivi a giustificare lì la loro presenza, eppure i due giovani “abitano” quel luogo come se ci fossero sempre stati, in silenzio, ad ascoltare parole e racconti di chi si stringe attorno alla bara di uno sconosciuto. Il primo ha perso i genitori in un incidente stradale, la seconda ha un cancro che non le concede più di tre mesi di vita, e avrebbe fatto la naturalista se avesse potuto inventarsi il futuro. Mentre lei disegna uccelli e impara a memoria i loro nomi, lui dialoga con un amico immaginario, il fantasma di un soldato giapponese morto kamikaze durante la seconda Guerra Mondiale. Entrambi indagano la vita passando attraverso la morte, cercando frammenti di gioia dispersi nelle tracce intorno a loro. E ci riescono insieme, ogni giorno, usando la rabbia e lo spaesamento con cui vedono il mondo, traducendolo in un conto alla rovescia che li sorprende impreparati alla morte ma fortemente affacciati alla vita.


In L'amore che resta Gus Van Sant, che alla scorsa Cannes ha inaugurato il "Certain Regard", riesce a dominare una materia aerea descrivendo i suoi personaggi come in un disegno a matita, sottile e pieno di sfumature, ma intenso, allo stesso tempo, di quella densità che Enoch ha promesso ad Annabel per i suoi ultimi giorni. Ogni cosa in questo film si alimenta di contraddizioni e forti emozioni, il dramma si fa scheggia accesa di felicità, la paura si fa memoria, la sconfitta diventa vitalità. Anche Portland sembra vivere di questa doppia anima: è una città sufficientemente anonima da avere un carattere forte, ma i boschi che la circondano disegnano contorni sfuggenti dove scivolare e scoprire che tutto è ancora possibile. La città del regista di Elephant si trasforma in un set perfetto perché non serve descriverla né mostrare i luoghi dove stanno per accadere le cose. Basta osservare e lasciar fare all’aria, alla pioggia, alle luci soffuse e violente di una festa di Halloweeen. Van Sant pone il suo sguardo nel cuore tormentato dei suoi personaggi e ne trae un racconto di pace e commovente leggerezza, dove infiniti e palpitanti sono gli attimi di completa sospensione, di attesa, per trattenere il fiato e fermare il tempo. Tratto da una pièce teatrale di Jason Lew, il film è dedicato a Dennis Hopper.

Titolo originale: Restless
Regia: Gus Van Sant
Interpreti: Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Schuyler Fisk, Lusia Strus, Jane Adams, Chin Han
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 91’
Origine: USA, 2011

  • Michele Centini
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    Magnifico, mille volte magnifico. Un film potenzialmente infinito, che non finisce mai di sorprendere. Il miglior film di Van Sant, in assoluto. Per chi non ha amato Elephant, Last Days, e ha apprezzato poco Milk, che è solo un discreto film. Ma Restless è davvero l'apoteosi del cinema classico/borderline di Van Sant.

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    Un racconto veramente ricco di pathos!!! Vengono raccontate le due facce di una stessa medaglia in modo così scrupoloso, come solo Gas sa fare.
    Non nascondo che in alcuni tratti mi son venuti i brividi e dopo la visione ho avuto un po di sbandamento mentale, forse anche xkè per alcuni tratti rispecchiava momenti della mia vita!!

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    Un racconto veramente ricco di pathos!!! Vengono raccontate le due facce di una stessa medaglia in modo così scrupoloso, come solo Gas sa fare.Non nascondo che in alcuni tratti mi son venuti i brividi e dopo la visione ho avuto un po di sbandamento mentale, forse anche xkè per alcuni tratti rispecchiava momenti della mia vita!!