Land, di Babak Jalali

La storia di Land è fatta di corpi inespressi che hanno negli occhi ancora qualcosa di antico e tribale, ed è ambientata sul confine di una riserva indiana. Si potrebbe definire un western essenziale sulla storica mancata integrazione, che, eliminata la fierezza del guerriero, l’onore e il rispetto per il nemico, l’attitudine agli spazi aperti, l’indomito coraggio, li ha ridotti ad un appendice della grande nazione americana che generosamente elargisce dei miseri sussidi e li lascia marcire nel medesimo squallore che attanaglia i margini dell’impero. Un contributo economico equivalente a dire che gli vengono restituite le briciole al posto della tanto sbandierata civiltà ricevendone una progressiva e degradante decadenza.

Tra le piaghe più conclamate, affrontate, conosciute che affliggono gli indiani c’è l’alcolismo. Risulta infatti ben nota la loro intolleranza, che ha portato dei divieti di vendita all’interno della riserva, che vengono puntualmente trasgrediti con il ricorso al contrabbando o varcando di pochi chilometri i limiti dell’embargo etilico, gli esempi di riferimento del film. L’epopea di lotta di conquista prende l’aspetto di un regolamento di conti tra bande ma soltanto nel ribadire un’appartenenza ormai venuta meno, coinvolti, gli uni come gli altri, dal senso di abbandono. Dimenticati dagli uomini e da Dio, restano disponibili come serbatoio di guerra o da individui ai quali spremere quattrini, a cui non resta che saltare di trappola in trappola verso un riscatto agognato, distante anni luce. Altrimenti destinati a condividere le stesse terre aride, lo stesso sole bruciante, lo stesso orizzonte immobile giorno dopo giorno nello stallo passivo di ubriachezza di un popolo rapinato del passato. O nei panni di cowboy gonfi di munizioni  ma con bersagli dettati da pregiudizio misto ignoranza, dalla memoria compromessa ed un futuro ugualmente precluso.

Un’assenza di vie di fuga resa mortificante da un paradossale ricorso ad uno status quo dai lineamenti inquietanti, a conferma di quanto un equilibrio possa restare anche a distanza di centinaia di anni precario quando le basi sono corrose in partenza. Fingendo indifferenza. Ricorrendo ad un appoggio ideologico fatalista che non richiede neanche adesione tanto appare implicito del contesto agonizzante nella polvere. Quello di Babak Jalali è un quadro cupo e pessimista, racconta di un’America che si rifiuta di fare i conti con la storia. Immobile come la camera del regista, con problemi, differenze, diffidenze, rancori di un tempo. Una nazione ricchissima, che come nessun’altra ha bisogno di eroi per diffondere il verbo imperialista sul pianeta tanto da promuovere nello star system ogni aspetto del quotidiano, da quel sogno, pretestuosamente iscritto nel Dna nazionale pieno di retorica, continua ad escludere chiunque ne rifiuti gli assunti o incarni una copia deforme. Autorizzando risarcimenti di facciata che diventano solo motivo di umiliazione quantificando valori d’umanità poco negoziabili, edificando dunque sopra la parte debole le trame di un racconto epico, schiacciando chi non ha più forza nelle braccia per sorreggerne il peso o la coscienza di continuare a mentire.

Land è il terzo lungometraggio di Jalali, regista iraniano. Cresciuto lontano dalla patria natia, torna agli argomenti che gli sono cari, quelli delle terre di confine, come si è già visto nel primo film, Frontier Blues girato sul limite geografico che separa l’Iran dal Turkmenistan e su volti e personaggi che ne rappresentano la popolazione, dopo una parentesi nel mondo delle rock band con Radio Dreams. Lo stesso racconto basato su frammenti d’esistenza che hanno giocato un ruolo altrettanto primario in quest’ultimo lavoro composto anch’esso dalle gesta di vita quotidiane.

 

Titolo originale: id.
Regia: Babak Jalali
Interpreti: Rod Rondeaux, Florence Klein, Wilma Pelly, James Coleman, Georgina Lightning
Distribuzione: Asmara Films
Durata: 111′
Origine: Italia/Francia/Olanda/Messico/Qatar 2018