L’arma dell’inganno. Operazione Mincemeat, di John Madden

Madden non è ancora un autore ma firma forse suo film più teorico, quasi un pamphlet sulle origini della post verità, purtroppo rallentato da uno script che non riesce ad assecondarlo davvero

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Il cinema di John Madden pare interrogarsi in modo sempre più evidente su certi lati oscuri del presente. Dopo l’America delle lobby delle armi, ora, con L’arma dell’inganno. Operazione Mincemeat, il focus pare infatti spostarsi sulle radici della Post Verità. Ma la prospettiva è ancora storica, come accade spesso nei suoi film. È quasi come se, nell’operazione Mincemeat che il film ricostruisce, Madden vedesse le radici di un fenomeno centrale della contemporaneità. Il linguaggio che dirige le mosse dell’operazione è in fondo lo stesso della Post Verità. Nella primavera del ’43 gli agenti del servizio segreto inglese Montagu (Colin Firth) e Cholmondeley (Matthew Macfayden) organizzano un complesso sistema di inganni e controspionaggio per far credere ai nazisti che gli alleati sarebbero sbarcati di lì a poco in Grecia e non in Sicilia. Al centro dell’operazione ci sono il cadavere di un finto pilota inglese ed alcuni documenti creati ad hoc per corroborare l’inganno. Il corpo e le carte dovranno essere recuperati dalle spie naziste ad ogni costo. L’operazione Mincemeat si regge dunque sullo stesso desiderio di costruzione di una narrazione attraverso cui manipolare le sorti del contesto socioculturale che anima la post verità oggi, ma Madden individua evidentemente nella più ardita operazione di spionaggio della seconda guerra mondiale una lettura “positiva” del fenomeno, che nel presente è degenerato a forza di propaganda e mala politica.

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Manca ancora, a Madden, una visione autoriale forte che lo porti ad agire nello spazio visivo, qui, anzi, qualsiasi discorso legato all’immagine pare chiudersi in partenza con il ricorso ad un linguaggio apertamente televisivo, eppure L’arma dell’inganno. Operazione Mincemeat è comunque non soltanto il suo film più concettuale ma anche quello che, incrociando le traiettorie cardine del suo percorso di ricerca, tra ricostruzione storica e riflessione sul valore della verità, sintetizza meglio la sua idea di cinema.

Madden firma dunque una spy story rigorosa e dal ritmo forsennato, quasi teatrale, pensata praticamente tutta in interni, affascinata dalla costruzione di quella bugia che dello spionaggio pare essere il grado zero e di cui il film esplora e ricostruisce ogni fase con fare certosino, tra il lavoro d’ufficio ed i momenti creativi legati alla narrazione che dovrà far cadere in trappola i nazisti. Ridotto ai minimi termini, un intero genere finisce per andare in corto, prestandosi a quel confronto tra realtà e finzione su cui il cinema di Madden torna sempre. Perché se da un lato, tra le pieghe del lavoro tutto impiegatizio, reale, concreto ma al contempo volutamente in minore, del gruppo di protagonisti, il film fa risaltare le fondamenta del contemporaneo spazio digitale, (la rete di spie, i dati che viaggiano per il mondo modificando eventi a migliaia di chilometri di distanza) dall’altro il film pare disinnescare, divertito, gli stilemi della spy story cinematografica, riscoprendo sopratutto il fondamentale ruolo dell’incidente, dell’imprevisto, del non senso, escrescenze inammissibili in una narrazione “controllata”, gestita, da un narratore.

L’evento spionistico reale ed il suo racconto, immaginifico, al massimo realistico, si muovono su spazi diversi, Madden ne è convinto e lo rende evidente lasciando che a fare capolino nella narrazione sia proprio Ian Fleming, che in alcune vertiginose sequenze appare incuriosito ma sopratutto spaesato mentre si muove tra gli spazi che faranno da teatro al “suo” James Bond.

Eppure, malgrado uno sguardo lucidissimo, Madden raramente affonda davvero il colpo. Il regista continua, in effetti, ad avere problemi a dialogare con la sceneggiatura, esattamente come con Miss Sloane.

L'arma dell'inganno

Qui la scrittura è affidata alla specialista Michelle Ashford, che tuttavia pare non fidarsi del passo essenziale del racconto, evidentemente preoccupata che la storia non abbia abbastanza profondità, forse non rendendosi conto di quanto a tutto il sistema, per reggersi, bastino i dialoghi minimali tra i personaggi di Firth e Macfayden, i loro gesti, le loro interazioni nutrite da mentalità agli antipodi.

E così la scrittura si attarda in lunghe parentesi esplicative e apre ulteriori linee narrative, troppe forse, a tal punto che il racconto finisce per rallentare irrimediabilmente, impantanandosi tra le traiettorie impreviste di un melò delicato ma superfluo che costantemente rischia di portare la narrazione fuori dal suo centro e di perdere la presa su quello spettatore che paradossalmente lo script pare premurarsi di coinvolgere continuamente.

A John Madden manca, oltre alla visione dell’autore, anche la chiarezza operativa del mestierante d’esperienza, quella che gli avrebbe permesso, probabilmente, di far emergere davvero quella lettura, quell’idea, che si intravedono tra i fotogrammi de L’arma dell’inganno. Operazione Mincemeat e che rischiano di risultare depotenziati da uno script che preferisce giocare sul sicuro.

Non è un dettaglio da sottovalutare, perché Madden ha il potenziale per essere uno straordinario cineasta di confine, orgogliosamente pop eppure capace di sviluppare discorsi straordinariamente contemporanei, un potenziale, che tuttavia, finora risulta, purtroppo, inevaso.

 

Titolo originale: Operation Mincemeat
Regia: John Madden
Interpreti: Colin Firth, Matthew Macfayden, Johnny Flynn, Kelly Macdonald, Jason Isaacs, Simon Russell Beale, Mark Gattis, Ruby Bentall
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 128′
Origine: UK, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
1 (2 voti)
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