L’assassino, di Elio Petri

Nella congerie anche disordinata della cinematografia italiana, a frugare con la dovuta attenzione si trovano preziosi reperti che immaginavamo perduti o perfino inesistenti. L’assassino, di Elio Petri, del 1961, appartiene a questa categoria e, nella migliore delle ipotesi, ai film immeritatamente dimenticati come potrebbe accadere con Il rossetto o La rimpatriata di Damiano Damiani, Il disco volante di Tinto Brass per fare qualche esempio illustre.
L’assassino è il primo lungometraggio del regista romano e già da questo suo primo approccio, Petri rivela la sua diversità autoriale rispetto ai tempi, rispetto ai suoi contemporanei e al comune sentire dell’epoca, nella fase cruciale del rilancio di un boom economico di cui, in questo film si ode solo una lontana eco, ma di cui il suo protagonista è figlio legittimo.
In una comune e grigia mattina la polizia bussa alla porta dell’antiquario Alfredo Martelli. L’inquisito viene accusato di avere ucciso la sua amante, la seducente Adalgisa De Matteis. Il suo incubo durerà per tutto il giorno e la sua liberazione, nella fredda mattinata romana, non sarà servita a mutare il suo carattere, il suo opportunismo e il suo cinismo smisurato.
Il film è costruito secondo una ineccepibile linearità temporale, ma resta interrotto dai flashback che ricostruiscono, per tratti essenziali, negli snodi necessari, la vita del protagonista. La sua infanzia, il rapporto con la sua amante, con la madre e con la bassa manovalanza malavitosa che gli procura i pezzi da vendere che acquista a poco, per applicare poi un esoso ricarico, spacciandoli per rari oggetti d’epoca.
Augusto Martelli è un cinico, o meglio, secondo Elio Petri, è un uomo che quanto meno ha commesso il delitto di disumanità.
Ma quello che conta in questa sorta di primo apologo cinematografico di Petri – nonostante la sordina posta a questo suo esordio soffocato da una numerosa e agguerrita concorrenza ad opera di autori di tutto rispetto (Visconti, Risi, Germi, ecc.) oltre che da una censura becera – è il clima che si respira, è la capacità di restituire il senso di un incubo, è la già precocemente matura esperienza narrativa che sa immergere la vicenda di Alfredo Martelli in un labirinto kafkiano dal quale farà fatica ad uscire. In questo complice Carlo Di Palma che conferisce al bianco e nero la cupezza opportuna per fare entrare a pieno lo spettatore nella vicenda.
La forza espressiva di L’assassino sta proprio in questa forma tortuosa e a tratti soffocante, che Petri costruisce con efficace e spietata progressività, tanto da indurre il personaggio ad una possibile confessione, che assumerebbe il carattere di una moralità riconquistata con la negazione di un’esistenza costruita sul profitto a danno del prossimo. I flashback che ricostruiscono la vita del protagonista e che prendono avvio dall’antifascismo familiare – che già vedeva il nonno, fervente anarchico, ricercato da fascisti – raccontano il crescente incattivirsi del personaggio che raggiunge l’apice nella subdola ipocrisia con la quale conduce l’incontro con la madre.
Per queste ragioni il film, la cui sceneggiatura, non va dimenticato, nasce dalla scrittura di Tonino Guerra, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e lo stesso Elio Petri, si fa apprezzare e va riconosciuta all’opera il merito di costituire un pezzo assolutamente originale nella cinematografia italiana, tanto da diventare il felice paradigma di un cinema in cui lo stringente incastro di eventi diventa il brodo di coltura della coscienza del personaggio al bivio tra redenzione o perseveranza nell’errore. Un cinema morale, quindi, non ipocritamente moralistico, che non sappiamo quanto consapevolmente sembra prendere le mosse da quella filosofia che ha speculato nella stessa direzione domandandosi sempre dove stesse la giustezza dell’agire.
Di sicuro L’assassino di Petri non appartiene a quella categoria che limita il proprio campo d’intervento alla pura narrazione, ma il suo effetto si estende all’interno di una logica consequenzialità, a quel grado di coscienza che trova soluzione solo nel dissolvimento di ogni contraddizione. In questo senso il film, il cui titolo epigrafico e preciso gioca indubbiamente un ruolo determinante nel profilare il senso morale del suo protagonista, costituisce la stasi, dopo un’uscita e il successivo ritorno, da una specie di girone infernale nel quale la moralità deviata del protagonista, trova il suo migliore adattamento. E non in altro modo, se non secondo questa ipotesi, si potrebbe leggere la quasi demoniaca risata finale sulla si chiude il film. Ma ancora, più pressantemente, quale altro senso attribuire ai due misteriosi personaggi suoi compagni di cella durante la faticosa notte trascorsa in guardina se non quello di una spia della coscienza che segnala il dissidio dello spirito. Paolo Panelli e Toni Ucci, all’apparenza malviventi da strapazzo, sembrano i demoni che agitano la coscienza di Martelli, lo spingono ad una confessione inverosimile, ma salvifica, agitano il loro sapere che assume le forme di una trascendenza tutta terrena e quasi popolare per muovere le corde della paura del detenuto. Nel delirio kafkiano la notte insonne di Martelli si risolverà all’alba con la sua liberazione, alla quale lo stesso non sembra credere, e mai una liberazione di un innocente ebbe sapore più amaro di quella che vediamo in L’assassino. Questo lavoro profondo che il film suggerisce, come sostrato essenziale del suo racconto, non è mai secondario e anzi il film scava nell’animo del suo protagonista. Ma questa indagine così serrata acquisisce nel film un atteggiarsi che non è consueto e non è solo il racconto di un senso di colpa che opprime la sua vita, ma fa emergere un malessere più profondo che sembra appartenere ad un’anima collettiva e non costituire soltanto il dramma di un uomo moralmente riprovevole. Questo lavoro sul personaggio fa perdere di vista la soluzione dell’omicidio e la scoperta del vero assassino diventa quasi un incidente di percorso, un quasi inutile dettaglio, tanto che Petri ne liquida la messa in scena in pochi attimi, poche inquadrature e senza clamori narrativi.
Il personaggio di Martelli con il suo kafkiano incedere nella misurata verosimiglianza di una salvezza quasi a scadenza, diventa l’archetipo quindi di una coscienza collettiva che Petri giudicava male, con una stabile coerenza poiché solo dopo nove anni da questo film avrebbe girato Indagine su un cittadino… che, nel rovesciamento dei ruoli e delle situazioni, giunge alle medesime conclusioni. Ma in fondo tutto il suo cinema si regge sulla dialettica dell’etica tra pubblico e privato, come nel caso di questi due film così opposti e così convergenti, tra lavoratore e padrone (come si diceva ai tempi di La classe operaia va in paradiso), tra ricchezza e sua costituzione nel rispetto della moralità collettiva che diventa rispetto della legge (La proprietà non è più un furto). Petri, anima inquieta del suo tempo, si affrancava da ogni cinema di genere, tanto da averne frequentati parecchi e in fondo nessuno. L’assassino, che assume le forme del thriller e del noir e che è un po’ l’uno e po’ l’altro, attingendo sapientemente ad entrambi i generi, ma senza soffrire alcuna orfanità, si gode il pregio della sua solitudine. La sua profonda ricerca che si fa metafisica del quotidiano, ne esalta il valore, denunciando, al contempo, le ragioni del silenzioso ostracismo che ha sempre accompagnato il cinema di Elio Petri.

Regia: Elio Petri
Interpreti: Marcello Mastroianni, Salvo Randone, Michelin Presle, Paolo Panelli, Toni Ucci, Cristina Gaioni
Origine: Italia, Francia, 1961
Genere: Noir/Thriller
Durata: 95’

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