L’attesa, di Piero Messina

La morte è un buco nero in cui piangere nel silenzio, affidandosi ai rituali del sacro, a oggetti e a crocifissi enormi appesi nel buio. Inizia con un dolore sospeso nel tempo l’ambiziosa opera prima di Piero Messina, già autore di videoclip, cortometraggi e assistente alla regia di Paolo Sorrentino. Siciliano di nascita, per il suo esordio dietro la macchina da presa decide di tornare nella sua terra – in particolare nella verde e rocciosa collina del ragusano – a raccontare i fantasmi ancestrali di un mondo altro, visivamente violento e allo stesso tempo immobile, eterno, quasi addormentato. Uno spazio-tempo in attesa, appunto. Il film si ispira a un racconto di Pirandello per raccontare l’elaborazione del lutto di una madre che ha appena perduto il figlio Giuseppe e della ragazza di quest’ultimo, che scende in Sicilia all’indomani del funerale senza sapere della tragedia. La madre si chiama Anna, ha il volto tragico e scultoreo di Juliette Binoche e alla ragazza decide di non dire la verità. Giuseppe tornerà presto, è solo questione di pochi giorni si convince la giovane che instaura un rapporto particolare con la donna, francese come lei. Il soggiorno si compone di dialoghi (pochi) e silenzi, escursioni all’aperto immaginate, rallentate, allucinazioni visive che rimandano di continuo l’evidenza di una morte rimossa.

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juliette binoche in l'attesaUna cosa è certa. Messina è uno che con le immagini ci sa fare. Anche perché con tutte le differenze del caso, riproduce un tecnicismo sorrentiano piuttosto evidente soprattutto negli abbinamenti sonori e musicali o in una certa plasticità figurativa. Ogni immagine de L’attesa trasuda arte e il film è bello da vedere, quanto ingegnoso nelle soluzioni. C’è di più: il testa a testa tra le due attrici funziona, con la freschezza della giovane Lou de Laage che tiene la scena senza arretrare di un centrimetro al cospetto del mestiere consumato di una Binoche più drammatica che intensa.

Lou De Laâge in l'attesaE allora? Il punto è che il film non convince quasi mai. Sembra un paradosso ma – come notava giustamente Pietro Masciullo – per essere un film che parla di morte e incomunicabilità, manca completamente il dolore. In questa lunga attesa è come se la capacità di far vivere i sentimenti sullo schermo fosse stata barattata per l’eleganza formale. Così il film, come frequentemente avviene in molto cinema italiano “ben fatto”, procede per blocchi, per macrosequenze che vivono da sole nel tentativo di dare costantemente una forma estetizzante al cuore del vissuto e del narrato. È una fatica enorme, per chi vede e prova a vivere il film. La fatica del cinema da cui speriamo tanto che Piero Messina riesca a liberarsi in fretta, perché il talento ce l’ha. E almeno un paio di sequenze – l’abbraccio finale o la danza morbida e liberatoria sulle note di Leonard Cohen – lasciano intravedere un cinema che avrebbe tanto bisogno di stare dentro alle emozioni invece di incorniciarle in una grande bellezza.

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Regia: Piero Messina
Interpreti: Juliette Binoche, Lou de Laâge, Giorgio Colangeli, Domenico Diele, Giovanni Anzaldo, Corinna Lo Castro, Antonio Folletto
Distribuzione: Medusa
Durata: 100’

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Origine: Italia/Francia 2015