Le ali della libertà, di Frank Darabont

Un film semplice che conferma la forza espressiva di un cinema ancora palpabile e organico, fatto di storie corali che sanno raccontare l’America. Grande performance di Robbins e Freeman.

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Le ali della libertà appartiene a quel decennio in cui il cinema americano è ancora in parte palpabile, organico, come i fogli di carta che Andy Dufresne (Tim Robbins) usa per scrivere le sue lettere. Un periodo in cui si mettono in scena grandi storie corali che abbracciano una nazione in uno spazio di tempo definito ma in fondo universale. Si attinge a piene mani, come sempre, dalla letteratura: questa volta è il racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di Stephen King, autore plurisaccheggiato per il suo talento nel costruire narrazioni che sono già immagini in movimento pronte all’uso per un consumo mainstream.

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Il titolo ossimorico include quella componente che caratterizza le sue opere, il sottilissimo scarto tra reale e immaginario, laddove quest’ultimo non si pone in una posizione di dualismo quanto di interezza; non una fuga verso un mondo altro (come accade ad esempio ne Il vagabondo delle stelle) ma una coesione per nulla impossibile, anzi plausibile avrebbe detto Disney. Così il carcere di Shawshank, nato dalla fantasia di King, è il luogo che accoglie una serie di “criminali da raddrizzare” tra cui il novizio Andy, accusato di aver ucciso la moglie e l’amante di lei, e il veterano Red (Morgan Freeman) che ha la fama di procurare qualsiasi cosa gli venga richiesta. Siamo nel 1947 e a segnare lo scorrere degli anni è il cinema stesso con le sue icone: Rita, Marilyn, Raquel – il suo bikini di pelle è distante un milione di anni dal tubino in raso nero della fatale Gilda. Sono immagini assolute che con pochi tratti – “non capisco più niente quando fa quella mossa con la testa” – sanno fotografare un momento (vengono alla mente gli autocarri sovraccarichi di persone in Furore che Bogdanovich riprende en passant nel meraviglioso Paper Moon).

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Darabont, che è legato a King almeno dal 1983 quando dirige un cortometraggio adattando il racconto The Woman in the Room, è anch’egli un regista della scuola classica: è sufficiente quel movimento di macchina a inizio film che si innalza al di là delle mura del carcere per mostrare l’arrivo della corriera con i nuovi detenuti per fissare le coordinate di uno sguardo circolare che dall’interno va all’esterno e viceversa. Perché esiste un dentro con le sue leggi e la sua piccola comunità di individui “istituzionalizzati” che godono di una grande reputazione; e un fuori in cui la stessa persona può sentirsi una nullità – la sequenza di Brooks (James Whitmore) che viene riabilitato andrebbe inserita in un manuale di sceneggiatura.

Si stabilisce immediatamente un’empatia verso questi personaggi condannati all’ergastolo e ai lavori forzati. Per più di una volta sembra aleggiare su di loro la presenza di Paul Newman ma Robbins e Freeman non rappresentano la tragicità dell’eroe ribelle. La loro interpretazione, che si combina in modo molto naturale, mette davanti ai nostri occhi due facce della natura umana e le possibili vie di libertà che sono condizionate solo dalle nostre scelte – il sistema giudiziario viene sbeffeggiato e alla fine punito con la morte che bussa e chiede il conto. È difficile dare spessore a una linearità che resta tale per tutto il film – da una parte il sadico direttore con i suoi aguzzini, dall’altra quei bravi ragazzi vittime delle loro vessazioni. Darabont ci riesce con una semplicità estrema che trova le sue fondamenta nel potenziale espressivo del mezzo cinematografico. Le nozze di Figaro risuonano per tutta Shawshank, nessuno probabilmente comprende le parole e neanche avrebbe voluto. Del resto “ci sono cose che non devono essere spiegate”.

Le ali della libertà ha avuto sette nomination all’Oscar, inclusa quella per Miglior Film, non vincendo nulla: a trionfare non fu però l’idea di una nuova forma di cinema ma un’altra grande fiaba moderna profondamente americana.

Titolo originale: The Shawshank Redemption
Regia: Frank Darabont
Interpreti: Tim Robbins, Morgan Freeman, Bob Gunton, William Sadler, James Whitmore, Clancy Brown, Gil Bellows
Durata: 142′
Origine: USA, 1994
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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