Le città di pianura, di Francesco Sossai
Il viaggio alcolico dei protagonisti ha un andamento sgangherato, proprio come il film, che sembra venire dagli anni ’90 eppure sa raccontare un mondo.
La teoria dell’utilità marginale decrescente, nota legge dell’economia, per cui la soddisfazione tratta da ogni quantità di bene consumato diminuisce all’aumento del livello di consumo di quel bene, non si applica nel caso dell’alcool. “Un’ultima” è sempre una parola d’ordine a cui non si può dire no, anche quando non si ha sete. Così, l’infinita ricerca di Carlobianchi e Doriano di un ultimo bicchiere è una specie di missione, un patto di amicizia, oltre che un viaggio senza né capo né coda tra le città di pianura, da un lato all’altro del Veneto, tra Venezia, Altivole e i paesi della provincia di Treviso. Una notte e un’intera giornata tra bar terminali, stazioni di servizio, pub sulle strade provinciali, trattorie. Nella notte veneziana, i due amici si imbattono in una festa di laurea e imbarcano Giulio, uno studente di architettura timido, serio, fino alla rigidità. Un bravo ragazzo “anche se di Napoli”, o meglio un vero “gentiluomo del meridione” come lo definirà più tardi Dori. E non si capisce bene cosa possa aver in comune il ragazzo con due ubriaconi professionisti e nullafacenti. Se non forse l’inconscio bisogno di una svolta.
Il lungo detour alcolico dei protagonisti ha un andamento sgangherato, proprio come il film di Francesco Sossai, che sembra piombare da un altro tempo, da un cinema degli anni ’90, quando “era tutta un’altra cosa”, tra i toni di Zanasi e i mondi di Mazzacurati. Anche se puoi riconoscere l’eco di ispirazioni più classiche, a cominciare dalla traccia narrativa de Il sorpasso. Ma la Jaguar di Carlobianchi (Charles White, come lo chiama Dori) è ben più scalcinata della Lancia di Bruno Cortona e quindi non corre verso il disastro. Del resto non siamo più nell’epoca del boom, la bomba è già scoppiata da tempo e non restano che macerie. Una macchina con la carrozzeria rattoppata. Il mito di un “tesoro” nascosto, come quello di Genio, il terzo amico “perduto”, partito per l’Argentina e ritornato con la rassegnazione della sconfitta. E i ricordi del passato che sono diventati una “leggenda” tutto sommato inesistente.
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Forse c’è più di un cliché, in questo modo di vedere le cose. Ma anche, come spesso accade, più di una verità. Come racconta bene la scena in cui Giulio si incanta su un dipinto della scuola del Veronese, un “capriccio” che ritrae un paesaggio immaginario che collega direttamente le montagne alla laguna veneta, di fatto cancellando tutto ciò che sta in mezzo, le città di pianura. Quelle che, invece, vuole raccontare Francesco Sossai, una provincia anonima, piatta, senza alcuna apparente attrattiva, che diventa il riflesso di tutte le “terre di mezzo”. Piegate dalla volgarità indifferente dell’industrializzazione e dell’economia trainante, dagli scempi estetici ed esistenziali del paesaggio. Trasformate in “territorio”, nella logica economica dello sfruttamento e della valorizzazione. Epperò ancora custodi di segrete meraviglie. Come la Tomba Brion di Carlo Scarpa ad Altivole, che diventa la meta ultima di una specie di pellegrinaggio alcolico, che sia un percorso di maturazione o di improvvisa illuminazione.
Sì, magari, c’è un che di didascalico, di fin troppo esplicito nel discorso di Francesco Sossai. Forse il bisogno di dover chiarire e rimarcare, nel timore che le immagini non arrivino da sole. Ed è evidente proprio nella scena alla tomba Brion: quel luogo magico di sospensione e di elaborazione del lutto ha tutta la forza per parlar da sé, senza cercare una guida nelle spiegazioni di Giulio. Però lo sguardo di Sossai, grazie anche alle sonorità delle musiche dei Krano, è chirurgico nel raccontare una certa vita di provincia (e non solo di “una certa provincia”), fatta di stanchezze disperate, di luoghi e giornate “sempre uguali”, di pensioni gettate via nelle macchinette. Nel restituire, tra la malinconia e il divertimento, gli atteggiamenti di una generazione, quella intorno ai 50, fancazzista, perdigiorno, mai perfettamente integrata, eppure non resa cieca dalla rabbia. Per cui il disincanto non si è trasformato in nichilismo o in rassegnazione, ma in una sorta di sfiammatezza resistente. Ecco cosa sono, in fondo, Carlobianchi e Dori: due che resistono, mai cresciuti e proprio per questo non ancora morti. Per cui l’ultimo bicchiere non è tanto un modo per completare una fuga. Quanto per rivendicare e difendere un legame. E così, coerentemente, se Filippo Scotti si conferma come uno degli attori più interessanti degli ultimi anni, Le città di pianura si regge soprattutto sull’interpretazione mimetica di Sergio Romano e su Pierpaolo Capovilla, il leader del Teatro degli Orrori, sulla sua perfetta incarnazione di un tempo intero.
Regia: Francesco Sossai
Interpreti: Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Roberto Citran, Andrea Pennacchi
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 100′
Origine: Italia, Germania 2025























