Le cose belle – Incontro con Agostino Ferrente, Giovanni Piperno e il cast

Le Cose Belle di Agostino Ferrente e Giovanni PipernoQuesta mattina, presso la Casa del Cinema di Roma, Agostino Ferrente e Giovanni Piperno hanno presentato il loro docufilm Le cose belle. Vincitore di numerosi premi, e già selezionato nelle Giornate degli Autori a Venezia 69, pro-segue le vite dei quattro giovani napoletani incontrati nel film per la tv Intervista a mia madre del 1999.

A tredici anni di distanza i protagonisti sono cresciuti mantenendo il fatalismo come caratteristica connaturata al proprio dna. In una città preda dei mutamenti, anche nella catastrofe si possono e si devono trovare le cose belle, si può e si deve "raccontare dei fiori che nascono tra le rovine", manovrando la materia del documentario con gli artifici della fiction. I registi sono stati accompagnati da due degli attori non professionisti: Enzo e Fabio

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Perchè il vostro film ha cambiato forma dalle Giornate degli autori (Venezia 69) a questa presentazione ufficiale?

Giovanni Piperno: E' un film vivo. La proiezione di Venezia ha determinato un nuovo inizio ed un nuovo finale. Avevamo organizzato un piccolo concerto nel contesto delle Giornate degli autori a cui Enzo (uno dei protagonisti) non aveva alcuna intenzione di partecipare. Ad un certo punto ha voluto esibirsi con Passione, improvvisando. Non cantava da anni. Dopo questo evento abbiamo registrato alcuni pezzi con lui e li abbiamo inseriti come incipit e conclusione.

Agostino Ferrente: E' un film che grida un aggiornamento continuo. Il tempo ha inciso sul film come ha inciso sulle vite di questi ragazzi

 

 

Quante ore di girato avete dovuto sezionare per arrivare agli attuali 88'? Quanti e quali percorsi diversi avreste Le cose belle, Silvanavoluto intreprendere durante la fase postproduttiva?

Agostino Ferrente: In realtà le ore di girato non sono tantissime, per scelta. Per il progetto Intervista a mia madre ci pagavano ed avevamo un'uscita sicura. Qui niente era certo. l'abbiamo prodotto con poche risorse quindi per necessità abbiamo provocato delle situazioni. Più che un film di sottrazione, come molti dicono dovrebbe essere il genere documentaristico, questo è un film di addizione.

Giovanni Piperno: Sono rimaste fuori pochissime scene.

 

Dov'è, se c'è, il confine tra fiction e realtà autentica?

Agostino Ferrente: Siamo abituati ad intervenire nel genere del documentario con incursioni clandestine. Non ci limitiamo ad osservare la realtà, bensì la manovriamo. Usiamo gli artifici della fiction per cercare di ricostruire il reale di cui ci siamo innamorati. Se mi colpisce il disordine di un personaggio, e quando vado a girare a casa sua tutto è in ordine, gli chiedo di rimettere mano al suo caos.

 

 

Tanti attori non professionisti che denotano l'attenzione verso una specifica territorialità. Quando l'improvvisazione diventa arte al cinema? E quanto conta il fattore territoriale?

Agostino Ferrente: Il mestiere del regista non è fare l'assistente sociale, ma provare a fare cinema. La nostra speranza in questo caso è trasmettere qualcosa che vada oltre il territorio, pur difficile di Napoli. Una città che è un vero e proprio format. Bisogna stare attenti a confrontarsi con questo. Laddove altri, attraverso le inchieste, raccontano il marciume, noi innamorati dei nostri personaggi abbiamo voluto raccontare dei fiori che nascono tra le rovine. Per noi queste sono le cose belle e ciò non significa che ci nascondiamo i problemi.

 

 

Le cose Belle, AdeleCome siete arrivati a pensare il titolo del film?

Agostino Ferrente: Se al montaggio siamo stati molto molto lenti, potrei dire che Le cose belle è invece arrivato abbastanza precocemente. Lo avevamo in testa dai tempi di Intervista a mia madre. Forse un germe incoscio che ci chiedeva di tornare a riprendere quelle storie incomplete.

 

 

Passando da Intervista a mia madre a Le cose belle, dopo 13 anni come avete trovato Napoli?
Giovanni Piperno: Inutile dire che la città era invasa dall'immondizia quando siamo tornati, mentre dieci anni prima eravamo nel pieno fulgore bassoliniano. Ma dovremmo evitare di dire prima era meglio. Anche nella catastrofe si fanno passi in avanti. C'è fermento culturale ora nelle periferie di Napoli, gli attori della serie Gomorra, per esempio, provengono a maggioranza dai laboratori teatrali che si fanno in certi quartieri

Agostino Ferrente: La percezione delle cose dipende anche da come si manovra l'informazione. Sono stato a Reggio Calabria e la spazzatura era ovunque. Ma nessuno ne parla.

Giovanni Piperno: C'è da dire però che Napoli è la cartina tornasole dell'Italia nel bene e nel male.