Le Eumenidi, di Gipo Fasano

Girato con due smartphone e appena novemila euro di budget, Le Eumenidi è un esordio sorprendente che ricorda il cinema indipendente politico italiano degli anni ’70. #RomaFF15

È la terza tragedia dell’Orestea, ma non ci sono le Erinni, non c’è giustizia. La tragedia greca di Gipo Fasano parte narrativamente da qui e pian piano si sposta dalla Grecia ai quartieri della Roma bene. La geolocalizzazione non funziona e forse non c’è nemmeno bisogno del navigatore per arrivare da qualche parte. Interessa veramente a qualcuno arrivare? L’importante e rimanere in volo e poi a braccia aperte prepararsi alla caduta senza paracadute. È questo quello che interessa raccontare a Gipo Fasano, che decide di ripartire da Pasolini e da quel filone indipendente politico degli anni ’70 che girava per i cineclub sotto la firma di Romano Scavolini.

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Le Eumenidi diventa la storia di un viaggio notturno, anzi una fuga, alla ricerca di una scappatoia da una giustizia che comunque non esiste. Non c’è spazio per le Erinni, qui al contrario è lo stesso omicida, interpretato da Valerio Santucci, a dover scappare da compagni di merende che forse sono pure peggio di lui. È cosciente delle sue colpe, ma non parla, a parlare per lui c’è l’azione, la bestemmia bruta e secca, la voce di Renato Zero e gli hyperlink che collegano i nostri protagonisti a quell’open world, firmato Rockstar, che continua ad essere un totale successo mondiiale per vendite, GTA V.

Dal videogame il regista decide di mutuare la sua operazione. Scompone la visione in piccole parti col suo cellulare (perché sì, Le Eumenidi è stato girato con due smartphone e appena novemila euro di budget) e poi, come il dolly che si staglia sulle teste dei protagonisti del titolo Rockstar al momento del cambio di personaggio, passa dai Trevor, Michael e Franklin ai suoi protagonisti pariolini. All’inizio nasconde il suo Oreste, filmandone solo la gestualità, le spalle e quella mano fasciata che racconta tutta la backstory di cui ha bisogno per far partire la narrazione.

Questo non è solo uno dei passaggi forse più belli e riusciti, ma è anche forse l’unico momento di libertà, solitudine e di analisi, permesso a Valerio Santucci; costantemente interrotto dagli amici durante la sua ultima Via Crucis.
La lama non taglia, il veleno non va giù e nemmeno l’alta tensione funziona. L’unico modo per scappare via è quello di utilizzare dei codici segreti che rompono pure la realtà videoludica di Grand Theft Auto, salire sull’aeroplano e lasciarsi cadere; godendosi, per un’ultima volta, quel volo finale che porta il nostro eccitamento, quasi sessuale, ad un solo passo dalla morte.

Esistenzialismo e solitudine (Valerio è solo pure allo stadio) si tingono di quell’Eros e Thanatos malato alla Crash di Cronenberg, Gipo Fasano arricchisce il tutto con un taglio quasi da cinema del reale che oscilla tra Caligari e il Funeralopolis di Redaelli, dove non si permette mai di giudicare ciò che filma, dimostrando una padronanza del mezzo che alcuni esordi del cinema italiano recente sembravano aver dimenticato.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.25 (4 voti)
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