“Le Idi di Marzo”, di George Clooney


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the ides of marchDa anni George Clooney porta avanti una poetica artistica (sia come regista che come produttore e interprete) che rilegge insistentemente un’idea di cinema ideologicamente, eticamente e linguisticamente legata alla New Hollywood dei Settanta. The Ides of March, quarto film a quasi quattro anni di distanza dal divertente ma sostanzialmente non riuscitissimo In amore niente regole,  è il suo lavoro che, assieme a Goodnight and Goodluck, mostra apertamente il rigore del solido cinema di impegno civile, fatto di indagine drammaturgica, recitazione e controllo della materia visiva, collegandosi apertamente alle opere di Alan J. Pakula in primis (ed è arrivato probabilmente il momento di sottoscrivere quanta influenza abbia avuto questo sottovalutato cineasta sul cinema americano degli ultimi dieci anni), ma anche di Redford e Warren Beatty. Alla stregua del bellissimo Tra le nuvole di Jason Reitman, anche quest’ultimo Clooney si presenta come opera capace di raccontare l’oggi, il presente di un’America grigia che ha definitivamente perso la propria innocenza e l’idealismo dei Padri fondatori. Amara riflessione sul cinismo e gli affari sporchi della politica americana, ancor più preziosa perché interna alla frangia politica (il Partito democratico di Kennedy, Clinton e Obama) notoriamente più progressista e aperta all’integrazione e al “sogno”, il film filtra le proprie inclinazioni pessimistiche attraverso la figura di Stephen Meyers (Ryan Gosling, anche stavolta in parte), talentuoso addetto stampa di Mike Morris, il Governatore democratico possibile nuovo candidato alla Presidenza.
Sono tempi duri per il Partito democratico. È infatti in pieno fermento la battaglia interna per le primarie in Ohio che dovranno sciogliere ogni dubbio su chi dovrà misurarsi con il candidato repubblicano alla Casa Bianca. La lotta tra i due schieramenti è senza esclusione di colpi e Stephen dovrà presto decidere se rimanere dalla parte di Morris o passare a quella dell’ “avversario”. Il personaggio di Gosling, che sin dalla prima scena vediamo emblematicamente “esibirsi” su un palco, a provare le battute del discorso di Morris, occupandosi dell’allestimento scenico e tecnologico della conferenza come un abile tessitore di finzione e rappresentazione, è il fulcro prismatico su cui riflettere l’anima nera di una classe politica compromessa, intrisa di virtualità e artificio, in cui la reale voce d' America trova la propria incarnazione nella fragilità e nel corpo violato della Molly Stearn interpretata da un’intensa Evan Rachel Wood. Clooney racconta chirurgicamente – in una sceneggiatura scritta da lui stesso assieme a Grant Heslov (L’uomo che fissava le capre) e Beau Willimon (autore del libro Farraguth North, da cui il film è tratto), persino troppo attenta alla “struttura”, nel pieno rispetto di turning points e colpi di scena – la trasformazione di Stephen da giovane idealista a cinico politicante. Qua e là sembra concentrarsi troppo nel controllo della forma a danno di un'intensità che emerge per istanti, facendo leva soprattutto su delle dinamiche sottrattive. E lascia pochissimo margine redentivo ai suoi protagonisti. We’ll meet again dice la canzone di Vera Lynn, che ascoltiamo durante una scena di dialogo tra Stephen, la giornalista Ida (Marisa Tomei) e il braccio destro di Morris Paul (Philip Seymour Hoffman) a inizio pellicola. La stessa canzone che quasi mezzo secolo fa accompagnava le esplosioni atomiche finali ne Il Dottor Stranamore di Kubrick. In fin dei conti anche The Ides of March è un film di guerra, magari senza esplosioni, ma con un' Apocalisse che incombe dietro l'angolo. 



 

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Titolo originale: The Ides of March
Regia: George Clooney

Interpreti: Ryan Goslin, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Jeffrey Wright
Origine: USA, 2011
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 98' 

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