Le invisibili, di Louis-Julien Petit

La disobbedienza civile ed il lavoro sono il cardine della cinematografia di Louis Julien-Petit. Come nei suoi titoli precedenti l’autore francese resta su tematiche associabili al disagio sociale, ma per farlo stavolta sceglie tempi e modi della commedia che lasciano più in ombra l’aspetto strettamente politico della faccenda. Nel lungometraggio d’esordio, Discount, raccontava della disfunzione incorporata all’interno di un centro commerciale e di un gruppo di dipendenti impegnati in una lotta contro il grande capitale. Ancora in Carole Matthieu le ingiustizie del sistema venivano evidenziate attraverso la figura della protagonista, un medico aziendale che riscontrava le continue vessazioni fisiche e psicologiche, per spingere il discorso alle estreme conseguenze. Nelle Invisibili il lavoro diventa invece il movente per i reinserimento nella vita attiva, un primo passo da compiere per uscire dall’emarginazione. Creata non di rado proprio dall’assenza o dalla perdita del lavoro stesso. Anche se i toni sono stemperati ben oltre la cornice realistica del tragico quotidiano e l’etica finisce per convergere sulla morale.

L’idea del film nasce da un documentario della giornalista Claire Lajeunie, Femmes Invisibles, uno spaccato dirompente delle terribili condizioni di vita di alcune clochard parigine. Girato sulla strada e nei luoghi dove queste donne cercano rifugio per la notte contro il freddo e la violenza cittadina, un pasto e solidarietà umana. Il reportage trova dei riscontri oggettivi con lo strumento dell’intervista diretta e le parole fanno luce su un mondo che le coscienze hanno tendenza a rimuovere.

L’adattamento di Julien-Petit abbandona gli spazi urbani privilegiando una narrazione confinata all’interno di un centro di accoglienza diurno, l’Envol. La materia esplosa sposta l’obiettivo focalizzandolo sulle persone chiamate a gestire l’emergenza dei senzatetto ed il conflitto nasce dalle divergenze sulla linea da seguire nella gestione ottimale dell’istituto.

Il volto di Manu (Corinne Masiero) è la linea del rigore, del dirigente con il compito di vigilare e preoccuparsi del futuro dell’associazione, restia a concedere deroghe o trattamenti speciali a chicchessia per tutelare la continuità del servizio nel rispetto delle regole, almeno formalmente. Audrey (Audrey Lamy), una delle collaboratrici del centro, preferirebbe seguire un percorso maggiormente individuale, costruito su misura per ognuna delle ospiti. Attorno alla linea di fuoco ci sono loro, le donne finite in disgrazia e ribattezzate con pseudonimi eclatanti, Lady Di, Brigitte Macron, Edith Piaf, Simone Veil, La Cicciolina, Brigitte Fontaine, Vanessa Paradis, Salma Hayek. Questa torsione verso il disimpegno finisce per assumere una funzione normalizzatrice, quasi di riequilibrio, un esercizio possibile solo negli argini della finzione, per ribadire nella riscoperta della femminilità una riaffermazione dello spazio vitale.
Una ritrovata autostima cui dovrebbe andare di pari passo la ricerca di uno sbocco occupazionale, tagliato sulle competenze acquisite precedenti al crollo. Esperienze queste che raccontano di esistenze sintonizzate su frequenze rintracciabili, prima di finire nel limbo del disturbo. Sorgono però dei problemi.

Gli ostacoli non sono esclusivamente esterni, abitano le stesse pareti dall’aspetto rassicurante del centro, sostenuto da un’organizzazione industriale e burocratica, attenta all’ottenimento del recupero ad ogni costo, impiegando ottusi modelli standard, ideali per trasgredire. Rischiando lo sgombro, o la ricollocazione in un centro misto, insieme agli uomini, per una convivenza difficile, con molte componenti di pericolo, in primis le aggressioni a sfondo sessuale. L’infrazione della legge non sarà indolore. Eppure l’insubordinazione apparirà necessaria a rilegittimare uno status degradato sbrigativamente, per negligenza e comodità amministrativa, sotto gli occhi di un’opinione pubblica sedata, tramortita e spaventata, spinta da politiche nefaste a leggere le difficoltà altrui come una minaccia da osservare con gli occhi pieni di paura, che generano astio o indifferenza. Un aspetto che nel film resta sottotraccia, ed invece di piegare lo sguardo di chi osserva cerca di modificare con un photoshop empatico delle esistenze mortificanti, e renderle più simpatiche e digeribili alle coscienze. Un restyling che con l’intenzione di avvicinare il pubblico declina alla denuncia diretta per addolcire una pillola che resta amara.

 

Titolo originale: Les Invisibles
Regia: Louis-Julien
Petit
Interpreti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Déborah Lukumuena
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 102′
Origine: Francia, 2019