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Le narrazioni cromatiche di Darius Khondji, Direttore della Fotografia di “Marty Supreme”

Uno sguardo sul grande DOP, da Seven e Diamanti grezzi, fino al lavoro su Marty Supreme, dove luce e volti diventano racconto

“The story is told by the faces “, la storia è raccontata dai volti, ha dichiarato Darius Khondji riguardo a Marty Supreme, ultimo lavoro con Josh Safdie. In effetti la sua fotografia articola il racconto attraverso un lavoro sulle tonalità, sulle variazioni cromatiche e sulla densità di luce. È una narrazione che procede per gradazioni. Negli ultimi anni, ormai diventato a tutti gli effetti uno dei più acclamati DoP del cinema, la sua tecnica continua a rinnovarsi nel cinema di Bong Joon-ho, Alejandro González Iñárritu, Ari Aster e dei fratelli Safdie.

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Darius Khondji nasce a Teheran nel 1955 e cresce tra Iran e Francia, formandosi in Europa prima di avvicinarsi al cinema come operatore e direttore della fotografia. Dopo le prime esperienze nel cinema francese indipendente degli anni Ottanta, si impone all’inizio del decennio successivo grazie a Delicatessen di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro. Il riconoscimento internazionale arriva nel 1995 con Seven di David Fincher, che apre a Khondji le porte del cinema statunitense. Due anni dopo arriva la prima candidatura agli Oscar con il musical Evita di Alan Parker. Negli stessi anni alterna produzioni americane ed europee, tornando a lavorare con Jeunet ma anche con Bernardo Bertolucci in Io ballo da sola e Roman Polanski in La nona porta. A partire dai primi anni Duemila, inizia una collaborazione con Woody Allen, accompagnando il regista in una nuova fase del suo cinema in film come Anything Else e Midnight in Paris, fino ad arrivare Irrational Man, ultimo film con il regista americano che da qui in poi abbandona Khondji per iniziare il sodalizio con un altro gigante della fotografia, Vittorio Storaro. In questo stesso periodo firma la fotografia in Un bacio romantico – My Blueberry Nights di Wong Kar-wai, C’era una volta a New York di James Gray e Amour di Michael Haneke.

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Riguardo agli ultimi anni del suo lavoro – l’incontro con Aster, i fratelli Safdie e la collaborazione con Bong Joon-ho – Khondji racconta in una recente intervista a The Film Stage: “Bong Joon-ho è un artista incredibile, così come Ari Aster. Sono stato semplicemente molto fortunato. Non ho mai creduto davvero ai discorsi sulla fortuna, ma in questo caso è vero. Ho avuto la fortuna di lavorare con registi di questo tipo, veri registi di cinema, con personalità molto forti. Subito prima di girare il film con Josh ho lavorato a Eddington con Ari. È stata un’esperienza incredibile. È uno dei più grandi giovani cineasti del cinema moderno». Il direttore della fotografia mette poi a confronto i set più recenti: Mickey 17 è stata un’esperienza completamente differente. Era un film girato interamente in studio: abbiamo creato il mondo all’interno dell’astronave e del pianeta. Eddington, invece, era l’opposto, tutto in esterni, in location nel deserto, spesso di notte. È stato incredibile. Poi sono arrivato a Marty. Mi sono sentito davvero, davvero fortunato. Ed è per questo che dopo diventa difficile fare un altro film”.

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Khondji lavora per la prima volta con Josh Safdie e suo fratello Benny in Diamanti grezzi – un Adam Sandler memorabile – e ritorna oggi in Marty Supreme con un Timothée Chalamet fresco di Golden Globe per il ruolo del protagonista. Per quanto riguarda le tecniche adottate nel film, il direttore della fotografia racconta: “Abbiamo parlato di immagini degli anni Cinquanta e di come realizzarle. Volevamo tornare a ciò che amiamo: girare con il vecchio stile anamorfico, uno stile molto classico, utilizzando obiettivi d’epoca. E abbiamo girato principalmente con teleobiettivi molto lunghi, più che in Diamanti grezzi“.

Ci sono luci e colori capaci di rendere indelebili intere stagioni del cinema. Scelte visive così riconoscibili e identitarie che basta un singolo fotogramma per individuarne la mano. In questo senso, pensare al cinema degli anni Novanta senza la fotografia di Darius Khondji è assai difficile. Il suo lavoro tra luce e ombra e un controllo finissimo della saturazione ha rinnovato il thriller ridefinendone l’estetica in Seven, e ha rivisto il cinema francese attraverso la collaborazione con Jean-Pierre Jeunet, da Delicatessen fino a Alien – La clonazione, film irrisolto ma visivamente affascinante.

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